Skip to main content

Full text of "Artigiani poeti; ricordi"

See other formats


Bar Mera, Raffaello 
Artigiani poeti 



pa 

B3T 



'PICCOLA BIBLIOTECA 
EL POPOLO ITALIANO 



PICCOLA BIBLIOTECA 



POPOLO ITALIANO. 



XXX. 



ARTIGIANI POETI 



RICORDI 



RAFFAELLO BARBIERA, 




FIRENZE, 
G. BARBÈRA. EDITORE. 



1887. 




HI20 

^-7 



^Vvt>^^^Y%, 






Compiute le formalità prescritte dalla Legge, i diritti di riproduzione 
e traduzione sono riservati. 



ARTIGIANI POETI. 



Due parole di proemio. 

Un poeta inglese, morto il 1771, Tommaso Gray, in 
quella sua elegia scritta in un cimitero di campagna, 
{Elegy loritten in a Country Churchyard) che gli diede 
fama mondiale, alludendo ai poveri colà seppelliti, dice: 

« Forse in questo angolo negletto è riposto qualche 
cuore una volta pregno di fuoco celeste ; mani che 
avrian potuto reggere lo scettro dell' impero o sve- 
gliare air armonia la vivente lira. » 

È un pensiero che oggi par naturale ; ma tale non 
era al tempo del Gray, quando ben pochi si curavano 
dei poveri, degli umili, quando la rivoluzione francese 
non avea ancora allermato colla violenza ciò che Crist'o 
avea bandito un giorno colla dolce parola : la fratel- 
lanza degli uomini. 11 Gray prosegue pietoso: 

« La fredda povertà represse il loro nobile entu- 
siasmo ; e agghiacciò la geniale corrente dell' anima. » 

Aleardo Aleardi, ai nostri giorni parlando anch' egli 
d' un cimitero campestre, espresse nelle sentimentali 
Lettere a Maria press' a poco gli stessi pensieri. 

Egli è certo che a molti uomini oscuri manca 1' oc- 
casione per emergere. Fu detto che tutti gli uomini, 

P. B. — 30. 1 



6 ARTIGIANI POETI. 

qual più qual meno, hanno in cuore libre di poeti ; e 
più devono averne gli spiriti semplici, che vivono in 
mezzo alla natura, in mezzo alla famìglia, non guasti 
da passioni artiflciali. 

Nella sola Italia nostra si contano a migliaia i canti 
popolari, molti do' quali, è lecito il supporlo, uscirono 
dall' anima di umili lavoratori, di artigiani. Questi poeti 
dell' officina e delle campagne, dei monti, delle spiag- 
gie, non aspirano ad alcuna gloria letteraria, non sanno 
nemmeno che sia. Chili compose quei canti?... Non si 
sa. Ma noi, più innanzi, tenteremo di scoprire qual- 
cuno di codesti autori di rozzi canti popolari, chiamati 
appunto così perchè il popolo se ne impadronisce, e 
di bocca in bocca, di generazione in generazione, li 
tramanda ai tempi remoti senza bisogno di stampa. Il 
popolo se ne innamora perchè sente che quelle can- 
zoncine rispondono a' suoi sentimenti : quei canti sono 
interpreti, in qualche modo, de' suoi pensieri e de' suoi 
affetti. Nei canti- popolari predomina 1' amore, questa 
potenza che Torquato Tasso chiamava alma del mondo. 
È l'amore che regna nell'universo, non 1' odio : e il po- 
polo lo sente, mentre, condannato spesso a fatiche du- 
rissime che lo abbrutiscono e lo uccidono, avrebbe po- 
tuto da molti secoli cantar l'odio e la distruzione. Il 
canto gli è di conforto: cantando, egli dimentica i pro- 
pri affanni. Gli stessi selvaggi provano tal beneficio; e 
ve lo narrano i più credibili viaggiatori delle terre afri- 
cane. Quando la tratta dei Negri imperversava sulle 
coste dell'Africa, i mercanti di schiavi, appena ne ave- 
vano gettato qualche centinaio nella stiva d' un basti- 
mento, li obbligavano a colpi di verghe a levare i loro 
canti nativi, canti della foresta e del desolato ; e allora 
quelle faccio, già contratte dallo spasimo, si spiana- 
vano: una triste maHnconia che piombava al cuore, 
risuonava in quelle loro barbare parole, in quelle loro 



ARTIGIANI POETI. 7 

cadenze ; la calma sottentrava al mugolio della mi- 
naccia, al singhiozzo della disperazione, e le catene 
onde quegl' infelici erano avvinti, parevano loro meno 
pesanti. — 

Dopo / Poeti della Patria • intendo parlarvi, in que- 
sta Biblioteca del popolo italiano, degli artigiani poeti. 
Sarà impossibile parlare di tutti, ma di molti tocche- 
remo. Non tutti sono genii, ma tutti son meritevoli di 
benevolenza. 



Di volo per la Grecia e a Roma. 
Poeti schiavi e poeti pastori. — Plauto. 

Nelle storie letterarie dell' antichità è dilficile in- 
contrarsi in un operaio poeta. La schiavitù, in Grecia 
e in Roma antica, non era quell'orribile cosa che si 
crede ; lo schiavo era, in fin de' conti, un domestico, e 
lo vedi chiaro nelle antiche commedie, dov'egli s'in- 
frammette negl' intrighi di casa, e quasi spadroneggia. 
Ma certo la condizione di schiavo non era la più atta 
a favorire le geniali attitudini poetiche : i bassi uifici, 
ben più penosi di quelli dei nostri artieri, dovevano com- 
primerle, e, solo nelle nature sensibili e privilegiate, i 
patimenti del servire potevano (come in un profondo 
favoleggiatore, il greco Esopo, schiavo a Samo) acuire 
meglio la mente o (come in un festevole commediografo 
latino, Plauto) essere sprone a migliorare la sorte. 

In Grecia troviamo dei cantori che, alle mense dei 
principi, recitavano canti epici, in cui andavano ricor- 
dando le antiche geste degli eroi nazionali. Essi, prima 
di recitarli, suonavano un semplice strumento a corda, 
per preludio, e per intonare la voce. Erano cantori 
vaganti ; ed è verosimile che fossero gente del popolo. 

' Piccola Biblioteca, N. 9. 



8 ARTIGIANI POETI. 

Ma non tutti suonavano prima della recitazione, I can- 
tori della Beozia, mentre cantavano, stringevano, come 
scettro, un bastone d' alloro, in segno della dignità ac- 
cordata loro dal dio della poesia. Apollo. Teniamo a 
mente queste particolarità, perchè le vedremo ripro- 
dursi nei trovatori del medio evo e nei cantastorie dei 
nostri giorni. — Codesti cantori greci avevano un nome 
speciale : si chiamavano rapsòdi. 

Un poeta greco, che visse alcun tempo schiavo, fu 
Alcmano, nativo di Sardi, capitale della Lidia. Egli 
viene condotto a Sparta, coli' obbligo- di accudire agi' in- 
fimi uffici nella dimora del padrone : ciò nondimeno, 
dà prove di bel talento poetico. La sua natura trionfa 
allora della misera condizione : e in omaggio appunto 
de' bei versi eh' egli recita, ha la fortuna d' essere do- 
nato a libertà; il che prova come a que' tempi, e nella 
stessa rude Sparta, si onorassero l' arte e la poesia. 
Il poeta assumeva difatti, alla vista degli antichi, un 
aspetto quasi direi radiante e sacro ; poiché Apollo in- 
fondeva in lui il suo spirito divino, e in lui quasi di- 
scendeva. 

In piena libertà, Alcmano (che fiorì intorno al- 
l' anno G60 avanti Cristo) potè sviluppare l' ingegno poe- 
tico e musicale di cui era dotato, poiché poesia e mu- 
sica a' suoi tempi formavano un solo insieme. Egli passa 
per il fondatore della poesia corale, la cui esecuzione 
veniva specialmente affidata alle fanciulle. Doveva esser 
bello r udire quei cori gentili nei quali gli aspri Spar- 
tani, stanchi delle guerre sostenute contro Messenia, 
riposavano lo spirito. Alcmano, a quanto pare, rac- 
colse dal labbro del popolo le canzoni in voga, e le ac- 
comodò con metri pii^i corretti, anzi nuovi, con forma 
pulita e graziosa. Cantò la serenità della vita, l' amore, 
le nozze ; innalzò lieti inni agli Dei : ma, più di tutto, 
fu il poeta delle ragazze. Pur troppo, a noi non per- 



ARTIGIANI POETI. 9 

venne alcun intiero componimento di lui; abbiamo solo 
scarsi frammenti. 



Abbiamo accennato a una poesia popolare. È certo 
eli' essa in Grecia esisteva. GÌ' idilii che un poeta greco 
di Siracusa, Teocrito, mette in bocca ai pastori, ci 
mostrano come fra i custodi di greggi, fra i lavora- 
tori dei campi avvenissero veramente delle sfide poe- 
tiche. Un Tirsi pecoraio, ad esempio, e un capraio, 
incontrandosi in un luogo ameno presso un ruscello, im- 
provvisano una specie d' accademia poetica : il capraio 
invita Tirsi a cantare un carme composto in morte 
della contadina Dafni, e gli promette in compenso una 
capra viva e un bel vaso istoriato. Tirsi non si fa pre- 
gare, canta il proprio carme, e ottiene il dono. 

Un' altra. Cornata e Lacone, pastori, si oltraggiano : 
si danno del ladro. Si sfidano perciò.... non a duello, 
ma al canto. Si chiama a giudice inappellabile un ta- 
glialegna, che, dopo aver udito all' aperto le botte e le 
risposte dei due contendenti, aggiudica a Coniata il pre- 
mio pattuito, eh' è un agnello. 

A' tempi di Teocrito, siracusano (vissuto intorno al- 
l' anno 260 avanti Cristo), i pastori, i contadini, la gente 
del volgo, insomma, dell' isola di Sicilia si divertivano in 
codeste sfide, in codeste gare, nelle quali dovevano ftir 
prova di spirito pronto e mordace. Vedremo come nella 
stessa Sicilia, in tempi a noi vicini, codesto uso siasi man- 
tenuto e come in Sardegna anche oggi viva intatto come 
ai tempi remoti di Teocrito ; tanto è vero che i co- 
stumi e gli usi popolari vivono d* una vita lunghissima, 
perenne, al pari della vita delle parole. I dialoghi, te- 
nuti in versi fra persone del medesimo sesso o di sesso 
diverso, si trovano nella poesia popolare di tutti i tempi 
e di tutt' i popoli. 



10 ARTIGIANI POETI. 



Ai tempi di Roma antica, vediamo nientemeno clie 
Plauto, il padre della commedia latina, costretto in un 
molino a girare tutto il giorno una pesante macine, 
per non morire di fame. Egli si cliiamava Tito Maccio 
Plauto, se dobbiamo credere a un palinsesto della Bi- 
blioteca Ambrosiana di Milano, e non già M. Accio 
Plauto, come vogliono alcuni. Nato verso il 254 avanti 
Cristo da povera gente in Sarsina, città dell' Umbria, 
andò giovane a Roma dove trovò impiego presso quel 
teatro e dove, raggranellato qualche risparmio, ebbe 
l'infelice idea di darsi alla mercatura, senz'averne 
forse, egli, nato poeta, le attitudini per riuscirvi. Fatto 
sta che le sue speculazioni commerciali fallirono; per 
cui fu spinto dalla fame a far da bestia da tiro presso 
un mugnaio. Per fortuna, egli aveva sortito un ingegno 
atto a destare il riso, un ingegno sereno, spiccatamente 
comico. E quando, rifinito dalle fatiche, era mandato 
al riposo, si sollevava lo spirito nello scrivere gaie 
commedie, togliendone i tipi e gli argomenti ameni da 
commedie greche. I suoi lavori si rappresentarono, e 
piacquero. Allora, Plauto potò levarsi dalla condizione 
bestiale in cui era caduto e abbandonarsi totalmente 
al suo genio. Come il nosti^o gran Goldoni, egli fu 
scrittore fecondo. Dicono che scrivesse un centinaio di 
commedie ; ma a noi non ne pervennero che venti, 
alcune delle quali, come V Auhdaria, tradotta e ridotta 
alla meglio o alla peggio in italiano, fu rappresentata 
qualche anno fa, come curiosità comica, anche sulle 
nostre scene, divertendo un pubblico civile e colto, ben 
diverso, perciò, da quello addirittura plebeo che aveva 
Plauto, e che applaudiva non solo ai personaggi natu- 
rali da lui posti sulla scena, ma anche agi' improperii 
e alle oscenità del dialogo. ì:{e\V Aulular in è dipinto al 



ARTIGIANI POETI. U 

vivo da Plauto un sordido avaro che palpita affannoso 
e smania e vive soltanto per le sue vili monete. Nel 
Miles gloriosKs, è invece rappresentato con grande na- 
turalezza un soldato spaccamonti. Plauto oggi sarebbe 
detto un crudo poeta realista ; ne' suoi versi, non poco 
trascurati, si sente il linguaggio sboccato della plebe 
di allora, la quale accorreva a' suoi spettacoli, perchè 
vedeva ritratta se stessa. Non c'è molta varietà negl'in- 
trecci e nei caratteri delle commedie plautine : amo- 
razzi di giovinastri, dei quali servi corrotti secondano lo 
voglie, deludendo con astuzie, con trappole, la rigidezza 
dei padri; intrighi di bagascie tanto sfacciate quanto 
avide ; parassiti che lodano altrui a diritto e a rovescio 
pur di rimpinzare la pancia. Ma non tutte le commedie 
di Plauto offrono uno spettacolo di degradazione : il Tri- 
nummus e i Captivi possono essere letti anche dai 
giovanetti, poiché in essi non è per nulla offesa quella 
che noi chiamiamo morale. Di tratto in tratto, nelle 
commedie di Plauto s' ode qualclie savia sentenza : 
si direbbe che a lampi la sua coscienza si rialzi e getti 
sulla plebe il raggio della operativa virtù, quella virtù 
ch'egli adoprò eroicamente nel faticoso, orribile mestiere 
del girar la mola, allorché la fortuna si compiacque 
bistrattarlo. 



Quando Plauto moriva, un bruno giovinetto decenne, 
di nome Terenzio (nato, a quanto credono, in Africa, 
sotto il cielo ardente di Cartagine), sorgeva per supe- 
rare Plauto non già in brio, né in viva forza comica, 
ma neir arte di esporre bene e con regolarità un ar- 
gomento comico. Egli non può essere collocato fra' poeti 
artieri-, per altro, anch' egli visse schiavo a Roma, e, 
come tale, dovette accudii^e a servigi meno affaticanti 
di quelli di Plauto, ma altrettanto vili, e forse peggio. 



12 ARTIGIANI PORTI. 

Terenzio visse schiavo per poco tempo. Lo lil)(3i'arono 
al pari di Alcniano, quando il suo splendido ingegno 
cominciò a manifestarsi. A dar ragione a coloro i quali 
affermano che i capolavori si creano in gioventù, viene 
appunto questo giovinetto cartaginese colla sua Andria, 
scritta in età giovanissima e giudicata la più perfetta 
commedia delle sei di Terenzio arrivate a noi, e una 
delle più belle dell' antichità, benché 1' argomento non 
abbia originalità alcuna, essendo tolto da due commedie 
del greco Monandro. Terenzio dovette sostenere gli as- 
salti di chi gli negava la paternità delle sue commedie. 
Il popolo non le applaudiva come quelle di Plauto ; egli 
era, difatti, superiore ai gusti plateali e passava per 
essere il poeta delle classi privilegiate e gaudenti, fra cui, 
protetto forse più per la sua seducente avvenenza che 
per il suo ingegno, viveva. 

Ebbe cortissima vita: visse ventisei anni soltanto. 
Morì in Grecia, chi dice naufrago, e chi dice di crepa- 
cuore. 



Una scorsa nel medio evo. 

Nel medio evo, la canzone del popolo florisce alj- 
bondantissima. Restringendoci al nostro paese, troviamo 
che neirSTl i soldati di Luigi II, imprigionato dal duca 
di Benevento, levano un canto rozzo ma pieno di pas- 
sione che, secondo un dotto vivente, il Bartoli, può essere 
stato composto da un soldato dell'esercito di quell'impe- 
ratore prigione. Nel medio evo si elevavano altri canti 
politici, in occasione dell' assedio di quella o di questa 
città, inni di vittoria, o acri strofe in cui una città 
italiana era vituperata dall'altra; prova pur troppo 
codesta delle miserande discordie municipali, non forse 
ancora del tutto e dappertutto dileguate. Si modula- 



ARTIGIANI POETI. 13 

vano canti che diffondevano buoni consigli per ben 
condursi nella vita, e canti ch'erano infiammate pre- 
ghiere a Dio; poiché allora la fede in Dio ardeva nei 
cuori, quantunque i ricordi degli Dei pagani e di Roma 
pagana non fossero scomparsi, e non pochi spiriti bef- 
fardi schernissero apertamente, anche con canzoni, 
ciò che la trionfante religione cristiana santificava. 
Le vite dei santi erano narrate in prosa e In versi: 
il poeta chiamava intorno a se gli artieri analfabeti, 
le donne del volgo e, a loro rivolgendosi, raccontava 
de' miracoli e dello stato delle anime dopo la morte. In 
quegli anni, quando frequenti e orribili pestilenze deso- 
lavano intere città e regni interi, il pensiero della morte 
si approfondiva cupo nelle menti, ed echeggiava nelle 
tristi cantilene del trivio. In Italia sorsero allora strane 
leggende, ma non molto numerose : il numero mag- 
giore ce lo offrono gli altri paesi di temperamento più 
fantastico che l' italiano ; il quale, a dir vero, fu lento, 
persino nel medio evo, ad aggiogarsi al carro dei fa- 
voleggiatori e a obliare la storia di Roma dominatrice 
per le leggende di popoli già da Roma dominati. Si 
elevavano, infine, canti d'amore: talvolta, erano d'amore 
sozzo e colpevole; altre volte al verso si affidavano i 
sospiri della casta sposa rimpiangente il marito lontano, 
partito per le crociate, o F ingenuo saluto che l' inna- 
morato inviava di notte, dalla strada, alla sua bella 
dormente: le serenate. 



Nel medio evo, la lingua di Roma antica, la latina, 
benché imbarbarita, è adottata dovunque, è cara. Tut- 
tavia nel secolo X, comincia in Provenza a trasfor- 
marsi in una nova lingua che in antico si chiama 
romana, poi provenzale e lingua d'oc. In quel novo 
idioma, ecco poetano i « trovatori. » Sono questi de' poeti 



14 ARTIGIANI POETI. 

che devono « trovare » le parole, le rime, della loro 
poesia; devono trovarne anche la musica e saperla 
eseguire con grazia. Essi vanno di castello in castello 
a rallegrare le feste e i l)anclietti dei re e dei prin- 
cipi, come, nei tempi antichi in Grecia, facevano ap- 
punto i rapsòdi. Il loro canto dissipa la malinconia dei 
manieri, ingentilisce la vita aspra e brutta delle vio- 
lenze, e depone fiori fragranti di cortesia a' piedi delle 
dame. L' arte del trovatore è un' arte aristocratica, in 
opposizione, per la sua forma studiata e pei raffinati 
concetti, al canto popolare e plebeo, brusco e rozzo che 
sboccia spontaneo fra gli artieri, fra il volgo e che si 
canta al volgo. Fra i trovatori si citano baroni, conti, 
duchi, principi ; ma, badate, non essi soli. Anche da- 
gl' infimi strati sociali sorge il trovatore : egli può es- 
sere qualche paggio, qualche intelligente e aggraziato 
giovane servo, figlio di un servo, d' un artigiano della 
corte feudale, come, per esempio, un Bernardo di Ven- 
tadorn, il quale non era altri che il figliuolo del fac- 
chino incaricato di scaldare il forno del castello feu- 
dale di Ebles. Così certi trovatori, nati d' umili stati, 
sono quasi (come dice il Michelet) 1' anello di congiun- 
zione fra i signori e i vassalli. 11 trovatore osa amare 
la dama eh' è oggetto delle sue strofe ; altro tenta- 
tivo di eguaglianza — quell' eguaglianza umana che si 
predicava nelle chiese, nei chiostri col vangelo ispira- 
tore alla mano, ed era disconosciuta e conculcata da 
un' era di privilegi tirannici e di violenze e brutalità 
inaudite. E contro codeste violenze e privilegi gli stessi 
trovatori, animati da uno spirito che oggi diremmo de- 
mocratico, si scagliano apertamente, coraggiosi ; e allora 
il loro canto, di dolce, d' amoroso, e soprattutto com- 
passato che era, si muta in satira pungente e libera. 
Ed è troppo naturale il pensare che non erano i baroni 
feudali coloro i quali si avventavano contro le ingiusti- 



ARTIGIANI POETI. 15 

zie feudali! Era lo sfogo legittimo, era il vindice sdegno 
di trovatori nati da vassalli o stati essi stessi servi 
soggetti, condannati ai mestieri, agi' inferiori servigi 
del castello. 

Ma arriva un giorno che la gioconda Provenza si 
muta in campo di stragi. Poich' essa è nido di ere- 
tici, il papa lancia su di essa torme di masnadieri a 
punirla. Donne, vecchi, fanciulli passano a fll di spada o 
muoiono abbruciati nelle chiese dove si rifugiano : si 
commette ogni più nefanda scelleraggine. Fuggono i tro- 
vatori ; fuggono di terra in terra e ottengono asilo anche 
in Italia. Il citato Bernardo di Ventadorn scende fra noi. 
Fra il 1175 e il 1200 ne vengono altri, e, nel Monferrato, 
formano una specie di seconda poetica Provenza. Ven- 
gono alla corte di Lombardia, di Toscana, del Veneto. 
E ben presto vediamo trovatori italiani al servigio 
delle corti italiane, come a Ferrara, in casa d' Este. 
I trovatori provenzali esercitarono, certo, un'influenza 
in Italia, nella poesia italiana : a Bologna, per esem- 
pio, le loro orme appaiono indubbie. 

A poco a poco spuntano nel nostro suolo i fiori di 
una nova poesia : la letteratura italiana si forma. 



Un barbiere sonettista. 
Altri popolani. — Poeti di Firenze. 

Il primo poeta artigiano che si presenta nella sto- 
ria della letteratura italiana è Domenico Burchiello, 
barbiere e Aglio di barbiere, vissuto nel millequattro- 
cento. 11 nome di Burchiello era un soprannome puro e 
semplice ; ma perchè gli fosse attribuito, è un mistero. 

È un po' difficile immaginare un uomo più stra- 
vagante del Burchiello ; i moderni psichiatri lo rele- 
gherebbero nella classe dei mattoidi, per lo meno. Egli 



16 ARTIGIANI POETI. 

non era neppure uno stinco di santo ; e il suo paren- 
tado, a quanto si mormora, non andava esente neppur 
esso da turpi maccliie. S'ignora l'anno in cui il Burchiello 
vide la luce ; ma si sa eh' era liorentino, che suo padre 
si chiamava Giovanni, e die teneva bottega a Firenze 
in Calimara, in una casa degli Strozzi. È verosimile clie 
nella sua bottega bazzicassero più capi scarichi che 
gente seria la quale volesse farsi radere. Nessuno che 
abbia un po' di giudizio affiderebbe la propria gola al 
rasoio d' un capo balzano come quello ! Fatto sta, per 
altro, che il Burchiello e la sua bottega andarono fa- 
mosi a tal segno, che ebbero l'onore d'essere dipinti 
in una vòlta, destinata a immagini poetiche, della Gal- 
leria degli Uffizi a Firenze. La barbieria del Burchiello, 
come ricorda anche il Manni nelle Veglie Piacevoli, 
venne, su quella vòlta, divisa in due stanze ; in una, 
si fa la barba agli avventori ; nell' altra, si poeteggia e 
si suona. 

Il costume di poetare e suonare presso i barbiton- 
sori non si confinò nella sola bottega del Burchiello a 
Firenze ; più tardi, era diffuso nella Spagna, e n' è 
ameno ricordo il Barbiere di Siviglia del Beaum.ar- 
chais. Oggi stesso, a Taormina, in quella Sicilia dove le 
traccie della dominazione spagnuola sono tutt' altro che 
cancellate, è nota una bottega di parrucchiere, nella 
quale i Don Chisciotti si raccolgono a provare rispetti 
e ballate da cantarsi sotto le finestre delle Dulcinee, al 
suono delle chitarre. 

Il Burchiello non dimorò sempre a Firenze. Se ba- 
diamo al contenuto de' suoi versi fu a Venezia, di cui 
vuol riprodurre (si capisce per burla) il dialetto in un 
sonetto ; fu a Parma, a Gaeta, a Siena. In quest' ulti- 
ma città passò dei brutti quarti d' ora, avendo nello 
spazio di due mesi ingiuriato un altro barbiere Chele 
di Nanni senese, percosso un ragazzo, e involato di 



ARTIGIANI POETI. 17 

notte (lue cuflìe a una donna, dicono, mediante sca- 
lata. Perciò, fu condannato atre multe, non lievi; non 
le potè pagare, e fu messo in prigione. 

11 suo estro poetico era così vivo che, anche guar- 
dando il sole a scacchi, sentiva il bisogno di sfogarlo 
in rime qualche volta dolenti, ma per lo più burlesche 
e satiriche, specie contro un certo rivale, Anselmo Ro- 
sello, araldo del popolo di Firenze, che lo andava ol- 
traggiando con atroci sonetti in cui lo chiamava ladro, 
e peggio, e auguravagli addirittura la forca. 

Chi comprende tutto quello che il bizzarro Bur- 
chiello vuol dire in tanti suoi sonetti tutti arzigogoli e 
stramberie, è bravo. Forse, nemmen egli sapeva ciò che 
volea dire, come succede ai monomaniaci, che affa- 
stellano parole e parole, pur di ricavarne certi suoni ; 
e, forse, ciò che a noi, oggi, par buio pesto, era allu- 
sione trasparente pe' suoi contemporanei maliziosi. 

Invece, in alcuni sonetti, è chiaro, persin troppo 
chiaro.... toccando d'argomenti libertini. 

AirOrgagna, per esempio, dedica un sonetto sul- 
r amore, di genere (oggi si direbbe) troppo realista, 
che la decenza ci vieta di riprodurre. È piacevole la 
baruffa che il nostro barbiere poeta Ange accesa tra la 
poesia e il rasoio, fra cui sbrigliato viveva. In un so- 
netto, sono i rasoi, i secchielli, gli asciugamani, i for7 
nelli della bottega che litigano fra loro, sollevando un 
baccano indiavolato. 11 sonetto più evidente è scritto 
forse in qualche stanza di osteria, mentre un appetito 
da vero poeta fallito gli martellava le viscere. Eccolo 
qui nella sua originalità : 

Andando la formica alla ventura, 
Giunse dov'era un teschio di cavallo; 
li qual le parve, senza verun fallo, 
Un palazzo real con belle mura. 

E quanto più cercava sua misura, 



18 ARTIGIANI POETI. 

Sì gli parca più cliiaro che cristallo ; 
E sì diceva: egli è '1 più bello stallo 
Ch' al mondo mai trovasse creatura. 

Ma pur quando si fu molto aggirata, 
Di mangiare le venne gran disio, 
E, non trovando, ella si fu turbata : 

E diceva: egli è pur meglio eh' io 
Ritorni al buco, dove sono usata. 
Che morte aver; però mi vo con Dio. 
Cosi voglio dir io : 
La stanza è bella avendoci vivanda. 
Ma qui non è se alcun non ce ne manda. 

I sonetti del Burchiello portano tanto di coda. Si 
capisce come un Fiorentino che scriva con ricchezza di 
frasi come lui debba formare testo di lingua; e il no- 
stro pazzo barbiere poeta passò fra i classici. Certo, 
egli non se lo aspettava tanto onore. Ed ebbe, ahimè ! 
persino degl' imitatori. 

Per una schifosa malattia, buscatasi durante Y in- 
correggibile vita che conduceva, stette in punto di 
morte. Mori in Roma nel 1448 e (come ricorda il 
Mazzi suo più recente biografo) fu pianto in versi da 
cinque rimatori popolari contemporanei : Migliore di 
Lorenzo di Cresci, Antonio Manetti, Piero del Rosso, 
lo Scabriglia e Botto Busini; cinque ignoti. 



Neil' anno in cui il popolano poeta moriva, nasceva 
•un principe-poeta, Lorenzo il Magnifico della famiglia 
de' Medici, per la quale il Burchiello avea mostrata 
decisa avversione. Appena giunto a capo di Firenze, 
Lorenzo s' affrettò a illustrarla cogli studi e a diver- 
tirla cogli spassi. Egli s' accorse che per regnare si- 
curi ed amati, bisognava abbagliare e intontire la gente. 
Che importava a lui della libertà?... Ammortiva essa 
ne' cuori? Tanto meglio. 



ARTIGIANI POETI. 19 

Egli stesso incoraggiava le pompe carnevalesche, 
le mascherate : ne dava l' idea ai nobili giovinotti che 
sfoggiavano costumi storici e brillanti armature e fog- 
gio simboliche riproducendo ora il trionfo d' un antico 
governatore romano, orale età dell'uomo, o vari me- 
stieri, che so io; e a quelle spettacolose processioni 
il popolo assisteva e gongolava. E non basta : Lorenzo 
de' Medici componeva egli medesimo certi canti carat- 
teristici per quelle mascherate : erano canti spigliati 
ch'egli Ungeva cantati da artigiani; come il canto de' cal- 
zolai, delle filatrici d' oro, delle « rivenditore, » il canto 
dei « facitori d'olio» e persino dei votacessi.... Sicuro ! 
Un principe « magnilico » si compiaceva trattare per 
r amato suo popolo codesti temi quasi sempre pepati 
di osceni doppi sensi : e il popolo, i cui bassi istinti ve- 
nivano cosi accarezzati, applaudiva al principe-poeta, e 
agli imitatori suoi, che apparivano ingegnosi e salaci 
quanto il maestro. Fra costoro noto Baccio Taliani, tes- 
sitore di drappi, un Pietro cimatore di pannilani, un 
Massa, legnaiuolo, e Battista dell' Ottonaio, araldo della 
Signoria, popolano esso pure. Il primo scrisse il Canto di 
Maestri di far òicchieri; il secondo il Canto delle hut- 
tagre (buttagre: ovaie del pesce seccate al fumo); il terzo 
il Canto del popolo. 11 quarto scrisse cinquantaquattro 
canti, fra cui il canto dei pazzi, dei giudei, dei giudej 
battezzati, dei diavoli, de' pescatori di granchi, dei cac- 
ciatori, degli stovigliai, degli ortolani che vendono in- 
divia, degli uomini che vendono fiori, dei funghi, delle 
trappole, degl' ingrati, de' soppiattoni, degli astrologhi, 
dei pellegrini, delle vedove, e via via. 

Se non tutti, quasi tutti codesti canti carnevaleschi 
si rivolgevano alle donne con allusioni lubriche ; ognuno 
era il canto speciale di una numerosa mascherata in 
costume di pescatori, d' astrologhi, di romiti, di ve- 
dove, ec, secondo il ghiribizzo delle maschere. Eccovi, 



20 ARTIGIANI POETI. 

per darne un'idea, il Canto del popolo, di Battista, del- 
l'' Ottonaio, il quale, fra quei poeti, primeggia per ric- 
chezza e giustezza d' idee : 

Percliè nessuno speri amici o stato, 
Dove non è se non guerra e paura, 
L' abito e la natura 
Mostriam d' un popol cieco, stolto e 'ngrato. 

Come in un popol vari animi sono, 
Cosi vario è di volti e fuora e dpento, 
Chi pravo, umìi, chi superbo e chi buono, 
Chi stolto, chi savio, e chi contento. 
Voltasi ad ogni vento, 
Né prezza chi per lui ben s'affatica; 
Anzi il morde e nimica, 
E chi r offende più, più è esaltato. 

Senza discorso son sue bestiai' voglie. 
Furor, tumulto, grida è sua natura. 
Presto pone il suo amor e presto il toglie, 
Né mai si sazia e sempre si pastura. 
Né tien mezzo o misura; 
Onde chi vuol piacere a ciascheduno. 
Non soddisfa a nessuno ; 
Che spesso è in odio il giusto, e '1 rio ò amato. 

Giudica tutto a caso e i vizi onora, 
Teme i potenti e ne' debol' si sfama. 
Oggi mette uno in cielo e quello adora, 
Doman nel centro e toglie vita e fama. 
Dunque chi gloria brama, 
Drizzi il suo fin a Quel che mai non erra; 
Che d' ogn' opera in terra, 
bene o mal eh' un faccia, é biasimato. 

Vago di mutazion, con sue faville 
Arde e rovina sé, e chi lo regge. 
È d' un linguaggio e parla in più di mille. 
Varia nel vero e mai non si corregge. 
Spesso il suo peggio elegge ; 
Trema ad un cenno e non teme niente. 
Sempre nel fin si pente. 



ARTIGIANI POETI. 21 

E più variando, più resta ingannato. 

E voi, donne gentil', come ognun vede 
Che ogni cosa osserva un sol motore, 
Cosi si vuol avere una sol fede, 
E non porgere a tanti il vostro amore, 
Ma con prudente errore 
Amar chi ama sol vostra bellezza. 
Pensate alla vecchiezza, 
E per sempre eleggete un sol fidato. 

Non e' è che dire : l' araldo della Signoria conosce 
bene il popolo mutabile, e sa scrivere per lui una can- 
zone morale. Ma, allora, non egli soltanto insorgeva 
contro le frenesie contagiose. Ai canti carnascialeschi 
si contrapponevano le laudi, in versi anche queste, che 
chiamavano i traviarti al pentimento. Alle spensierate 
baldorie contrapponevano la penitenza ; al diritto di 
gioie grasse, il dovere di mortificare la carne; all'amor 
della terra, V amore del cielo ; alla vita, la morte. 
Perciò, mentre da una parte formavansi processioni 
allegre, dall'altra stilavano processioni funebri con ve- 
sti nere e carri luttuosi di scheletri e croci, e si can- 
tavano le laudi più cupe. Fra gli autori di codeste pie 
e tetre laudi, si nota anche qualche artigiano : Cristo- 
foro di Miniato, ottonaio. 



Siamo già nel cinquecento. I bestiali lanzi di Carlo V 
imperatore sacclieggiano Roma, e, dovunque passano, 
lasciano traccio di devastazione. I Fiorentini, inclini 
sempre alla celia, li burlano e ne rifanno il linguaggio 
intedescato, come i Lombardi e i Veneti rifacevano tino 
al 1859 e al 1866 il linguaggio dei Croati, degli Austriaci. 
In quelle derisioni, scoppietta già una scintilla di ri- 
volta patriottica. Ne scrissero il citato Battista dell'Ot- 
tonaio, che primeggia, e Guglielmo detto il Giuggiola, 

P. B. — 30. 2 



22 ARTIGIANI POETI. 

pure popolano. Ecco come il Giuggiola, in una masche- 
rata di lanzi poveri, ne imita il discorso spropositato e 
lamentevole : 

Carità, carità sante 
Pofer lanzG inferme e stracche.... 

Non poter per fame e sete 
Quasi punte star più ritte.... 
Punte pane e punte vine 
Buon madonne non est icche.... 

È un piccolo brano delle burlesche poesie, che, al 
pari delle altre del genere, si cantavano nelle carat- 
teristiche mascherate e distribuivansi scritte al po- 
polo fiorentino affollato e acclamante. 



L' autore del " Bertoldo." 

Ben diverso da quello della Firenze dei Medici era 
lo stato di Bologna nel 1550, quando ne' suoi dintorni 
nasceva l' autore del popolarissimo Bertoldo, Giulio 
Cesare Croce. — Bologna era in mano dei pontefici che 
la sgovernavano : la carestia, la peste, e i masnadieri 
ne facevano una terra di desolazione. 

Giulio Cesare Croce nacque nel 1550 a San Giovanni 
in Persiceto da un fabbro ferraio, che lo mandò alla 
scuola, colla mira di farne un dottore. Ma,!' illuso ge- 
nitore mori presto ; e il ragazzo che portava, quasi 
per derisione, il nome d'uno dei più forti e potenti uo- 
mini della terra, si trovò nella miseria, e dovette ab- 
bandonare' il maestro. Uno zio paterno, fabbro ferraio 
egli pure, ebbe compassione di lui: lo accolse con sé 
a Castelfranco (Emilia), e lo affidò a un altro istitutore, 
al quale in breve dovette toglierlo, perchè invece d' in- 
segnargli ciò che doveva, queir uomo brutale l' obbli- 



ARTIGIANI POETI. 23 

gava a servirlo a suon di ceffate. Lo zio prese allora il 
ragazzo, nella propria bottega, perchè tirasse i mantici. 

Lo zio del Croce trasportò l' ofllcina nei pressi di 
Medicina, grosso borgo del Bolognese ; e il nipote lo 
seguì. Fu in quel tempo che nel cervello di Giulio Ce- 
sare Croce cominciò a fervere l' estro poetico. Egli 
poetava davanti ai villani, che gli fecero subito, nel 
borgo, una riputazione di poeta. Certi signori Fantuzzi, 
che villeggiavano colà nell' estate, vollero, per diver- 
tirsi, sentire il Croce, e lo chiamarono davanti a se a 
cantare canzonette contadinesche, compensandolo con 
qualche ala di pollo arrosto e qualche dito -di vino. Tal 
prova di inattesa considerazione deve aver esaltata la 
testa dell' artiere, che, credendosi qualche cosa di non 
comune, lasciò il borgo per la città, Medicina per Bo- 
logna, collo scopo di migliorare la propria sorte mise- 
rissima. Ma giunto a Bologna, dovette acconciarsi an- 
cora con un fabbro, se non voleva basir di fame. E 
avvenne allora un caso raro: proprio quel fabbro lo 
incoraggiò a lasciare il lavoro manuale per la poesia. 
Quel padrone, di umore gaio, si divertiva a cantare col- 
r operaio, e se la spassava con lui. 

11 Croce cominciò a grattare una specie di violino, 
detto lira. Di notte, andava cogli amici a far serenate; 
di giorno, pare, leggeva qualche libro classico. Addio, 
mestiere del fabbro ! Addio mantici ! Egli 1' abbandonti, 
credendo di viver meglio colle canzoni che coi chiodi. 
S'innamora, prende moglie, i bisogni crescono e si trova 
ben presto costretto a ripigliare l' antico mestiere gra- 
voso per isfamare i Agli, clie aumentano da uno a sette. 
Gli muore la moglie, ne prende un' altra, e anche que- 
sta, feconda, gli regala altri sette Agli. È facile ideare 
in quali cattive acque navighino le sue domestiche 
finanze ; pur, quasi trascinato pe' capelli, si abbandona 
anima e corpo e, per sempre, alla poesia prediletta. 



24 ARTIGIANI POETI. 

Nei palazzi de' ricchi, là, ritto in piedi, accanto ai 
banchetti lauti, si vedeva spesso questo poeta afla- 
mato, scarno, bruno, olivastro, dal naso lungo, sottile, 
aquilino, cogli occhi sporgenti, colla barba incolta. I gau- 
denti si divertivano alle sue facezie, alle narrazioni 
de' suoi patimenti, alla sua fame.... Immaginarsi so quei 
signori gli risparmiavano scherzi di pessimo genere; se 
i non meno villani servitori dei palazzi lo trattavano 
coi guanti! Eppure, come dice egli stesso nella Giran- 
dola dei pazzi, terminava col sopportar tutto in pace : 

Sori pazzo, che quand' un me n' iia fatta una, 
Torno di nuovo s' ei mi chiama e vuole; 
Poi getto il tempo indarno e la fortuna, 
Minaccio con asprissime parole, 
E del vento, dell'aria e della luna, 
Delle stelle, del mar, del ciel, del sole 
Mi doglio e so che pur la colpa è mia; 
Mirate pur se questa è gran pazzia ! 

Era buono, troppo buono il Croce ; ed era prudente. 
Al rovescio di quei cantori del medio evo, autori di can- 
zoni satiriche di cui abbiamo già parlato, non inveiva. 
Anch' egli a somiglianza di que' trovatori, era poeta am- 
bulante e cantava, accompagnandosi colla musica su 
argomenti del giorno, nelle case de' signori, di cui allie- 
tava le mense e le feste. Pur, s' egli non si scagliava 
contro i potenti, rappresentava almeno nelle case dei 
felici, tacitamente col proprio squallido aspetto, male 
mascherata dalla falsa gaiezza d' obbligo, la miseria del 
popolo. Tuttavia, era inutile : chi gode non crede a 
chi soffre, tanto più se chi soffre lo fa divertire. In 
que' tempi di crudeli repressioni, ogni parola meno che 
rispettosa poteva costare la vita, come costò a un poeta 
ambulante lombardo, di cui toccheremo più avanti; la 
preghiera non era intesa. 

A Vergato (forse nella villa di qualche protettore), il 



ARTIGIANI POETI. Zb 

Croce, eli' era uomo di viva tempra erotica, s'innamorò 
d' una ricca signora e la celebrò in trentasei ottave 
stampate nel 1628. Chi era ella? S' accorse ella di lui?... 
S' ignora. — Il Croce girò in varie città italiane, sempre 
stracciato, sempre povero in canna, — talora preso per 
un bandito e talora per un sempliciotto ridicolo. La sua 
fama, quale autor di strambotti, per altro, si allar- 
gava rapida. Le sue operette poetiche, stampate, per lo 
più orribilmente, in quadernetti sciolti, si vendevano in 
piazza, come oggi i giornali, e vivevano, come i gior- 
nali nostri, la vita diventiquattr'ore, procurando al 
poeta qualche moneta; mentre a Londra oggi si pa- 
gano, quale curiosità bibliografica, delle buone lire ster- 
line per ciascuna.... riferisce Olindo Guerrini nella vo- 
luminosa eccellente monografia sul Croce cui attingo 
sicuro. Quelli del Croce sono scherzi, facezie : per esem- 
pio: Baruffa d'una vecchia con una gatta; Canzone- 
sopra la frittata; Discorso sopra i debiti; Dialogo 
sopra un aìnante affamato et ttna cuciniera; La vera 
regola per mantenersi magro; Questione di due donne ; 
Guerra del drito e del roverso; Stanze in lode del 
flauto; Astuzie delle vecchie per una gallina; © molte 
altre, dì questo conio. Quelle che si conoscono (almeno 
i titoli) sono 267 profane e 17 sacre, già stampate, ed 
altre 147 fra profane e spirituali scritte di mano del 
poeta, ancora inedite. Altre 47 sin dal 1640 non si ri- 
trovavano. Alcuni titoli delle poesie rammentano i pa- 
timenti dei contadini; per esempio, il Lamento dei ììiie- 
titori. Altre ancora rillettono gli avvenimenti storici del 
tempo : Dolore per la morte di papa Leone XI ; Es- 
sortatione a i Prencipi a pigliar V arma contra i Tur- 
chi, ec. Le operette spirituali vertono sul Natale, sulla 
Passione, sul Pianto della Vergine, sui misteri del Ro- 
sario. 

Un cantastorie più disgraziato e più fecondo del Croce 



26 ARTIGIANI POETI. 

dove mai trovarlo? Spesso le sue canzoni sono diluite; la 
lingua e lo stile sono incolti; ma la schietta natura del 
poeta d' istinto, o poco o molto, traspare sempre. 

Il capitale lavoro di lui resta il Bertoldo, cui fece 
seguire un Bcrtoldinn, ma con minor merito. 

Ho sott' occhio un' edizione delle meno moderne del 
Bertoldo : è di Milano, 1728, libriccino di 68 pagine. 
Eccone il titolo : Le \ sottilissime \ astuzie \ di \ Ber- 
toldo I dove si scorge \ Un Yillano accorto e sagace | 
il quale doppo vari, e strani accidenti \ a lui inter- 
venuti I alla fine per il suo ( ingegno raro et acuto 
vien fatto \ Uomo di Corte e Regio \ Consigliero \ Opera 
nuova e di gratissimo gusto \ di \ Giulio Cesare Della 
Croce. I 

L' opera è in scorretta prosa italiana, quasi tutta in 
dialogo, con una sola poesia, un' ottava, eh' è 1' epitaffio 
di Bertoldo e nello stesso tempo la pittura fisica di lui: 

In questa tomba tenebrosa e oscura, 
Giace un villan di sì deforme aspetto, 
Che più d' orso che d' uomo avea figura, 
Ma di tant' alto e nobil' intelletto, 
Che stupir fece il Mondo e la Natura. 
Mentr' egli visse, fu Bertoldo detto, 
Fu grato al Re, morì con aspri duoli 
Per non poter mangiar rape e fagiuoli. 

Non si sa in quale anno il Croce scrisse questo li- 
bretto, che venne tradotto anche in greco, e piace per- 
sino ai Turchi. Certo non è tutta farina del sacco del 
Croce. No. Esso è il rifacimento d' un gruppo di facezie 
anteriori. Il deforme e scaltro protagonista Bertoldo non 
è altri che Marcolfo, tipo che emerge da vecchissime 
cantafavole. Già dai tempi antichi era diffuso un dia- 
logo fra Salomone, il re sapiente, il quale è vinto dalla 
furberia d'un villano, Marcolfo. 11 Croce cambia Mar- 
colfo in Bertoldo e Salomone in re Alboino ; fa succo- 



ARTIGIANI POETI. 27 

dere 1' azione a Veroiica, nella reggia di quel sovrano, 
e vi aggiunjie una regina. Le risposte che Bertoldo co- 
mincia a dare ad Alboino farebbero perder la pazienza 
anche a un eremita. Re Alboino invece (tuttoché ti- 
ranno) lo sopporta in pace, e si lascia corbellare. E ciò, 
per quei tempi d'oppressioni, era signitìcantissimo : vo- 
leva dire che il plebeo poteva, qualche volta almeno, 
trionfare del despota. Bertoldo risponde alle domande 
del re con sentenze sullo stampo di quelle che il fos- 
saiuolo beffardo àeWAmleto di Shakespeare dà al prin- 
cipe di Danimarca, o il buffone del Re Lea?- al suo so- 
vrano. Sentite che botte e risposte : 

Re. Qual è la più veloce cosa che sia? 

Bertoldo. Il pensiero. 

Re. Qua! è il miglior vino che sia? 

Berloldo. Quello clie si beve a casa d' altri. 

Re. Qual è quel mare clie non s'empie mai? 

Bertoldo. L' ingordigia dell' uomo avaro. 

E cosi via di questo passo. Bertoldo cerca di depri- 
mere la superbia del re : 

Re. Orsù: addirnandami ciò che vuoi, eh' io son qui pronto 

per far tutto quello che tu mi chiederai. 
Bertoldo. Chi non ha del suo non può darne ad altri. 
Re. Perchè non ti poss'io dare tutto quello che tu brami? 

Berloldo. Io vado cercando felicità, e tu non 1' hai, e però non 

puoi darla a me. 
Re. Non son io dunque felice, sedendo sopra questo alto 

seggio, com' io faccio? 
Bertoldo. Colui che più in alto siede sta più in pericolo di 

cadere al basso e di precipitarsi. 

Re Alboino vuol fare di Bertoldo un uomo di corte. 
Bertoldo non vuole, glìdà del pazzo, ma, alla iìne, ce- 
liando sempre, accetta. Dopo vari intrighi ingegnosi 
e buffoneschi, Bertoldo muore, e già sappiamo per qual 



28 ARTIGIANI POETI. 

causa. Lascia un testamento, bizzarro come i suoi di- 
scorsi ; testamento che il re si fa leggere da un Cer- 
foglio de' Viloppi, leguleio da villani, da re Alboino 
soprannominato li per li « Sier Imbroglio, » e che ci fa 
ricordare l'Azzeccagarbugli del Manzoni. 

Nel Bertoldino, il Croce non rappresenta più il pa- 
dre astuto, ma il figlio sciocco, Bertoldino. 

Un monaco olivetano, capo ameno, Adriano Ban- 
chieri, pure bolognese, aggiunse al Bertoldo e al Ber- 
toldino del Croce una terza parte : Cacasenno. Questo 
Cacasenno è figliuolo di Bertoldino, ed è pur egli uno 
sciocco ; ma e' è poco sale. La trilogia di Bertoldo, Ber- 
toldino e Cacasenno passò poi, per mano di letterati, 
nella forma d' un poema fortunato, tradotto, appena 
apparve alla luce, in veneziano; infine s' immiserì nella 
forma d' una canzonetta su foglio volante che si vende 
a un soldo anche a' nostri giorni su pe' muriccioli, ri- 
cercata dai contadini, dai soldati e dalle serve. 

Giulio Cesare Croce fini nella miseria, come egli me- 
desimo avea previsto: morì il 1609 nella stessa allegra 
stagione in cui era nato, in carnovale. 



I " bosini ' milanesi. — Due martiri. 

Ciò che il Croce solo fece per Bologna, molti rima- 
tori popolani fecero per Milano. Anche Milano conta 
numerosissime canzoni comico-satiriche, in forma di dia- 
logo, a somiglianza di quelle già citate del Croce ; e 
sono opera di più autori, tutti o quasi tutti ignoti, vis- 
suti in vari tempi. 

Codeste canzoni milanesi si chiamano hosina.de, da 
Bosin, nome dell'alto Milanese, che comprende la Brianza, 
il Varesotto ec. dalle cui campagne venivano appunto 
que' rozzi rimatori, detti bosini. 



ARTIGIANI POETI. 29 

I bosiìii andavano di tìera in fiera, nelle campagne; 
di festa in festa n.elle città, e improvvisavano, o com- 
ponevano con qualche preparazione, su svariati argo- 
menti, cantando le loro filastrocche rimate sopra mo- 
tivi semplicissimi. Tutti, o quasi tutti, erano valligiani, 
contadini, che, dotati di certa grossolana festività, vo- 
levano ricavarne profitto lasciando volentieri la zappa 
per la rima. 

Le bosinade erano, naturalmente, composte nel dia- 
letto rustico. Solo in tempi a noi più vicini furono com- 
poste nel dialetto cittadino. Molte di esse trattano di 
attualità, come oggi si direbbe : ridono delle mode, 
dell'andazzo dei tempi e^ persino, qualcuna, osa ferire 
chi sta in alto ed opprime. 

Nel principio del seicento, i facchini e i manovali 
d' Intra e di Pallanzà (Lago Maggiore) dimoranti a Mi- 
lano, dove erano scesi per trovar lavoro, formavano una 
associazione compatta con statuti e bandiere, e, in certi 
giorni di festa, giravano in processione per la città 
suonando pive, e cantando versi da loro composti. Do- 
veva essere ben ridicola la loro poesia, se una accolta 
di letterati milanesi la imitò sino alla fine del sette- 
cento per suscitare il buon umore. 

Ma i Milanesi, invece di ridere, dovevano piangere. 
Nel 1600, gli Spagnuoli spadroneggiavano, corrompe- 
vano, e impoverivano sempre più i Lombardi. Due poeti 
popolani, due bosini, ebbero il coraggio di cantare per 
le osterie contro, il mal governo; l'imo detto VAlessan- 
clr ino, cieco, l'altro certo Verpello. L'Alessandrino, ch'era 
amatissimo dalla plebe, soleva fermarsi nelle taverne, e, 
ponendosi le mani dietro le orecchifi, inventava lì per lì 
nuove canzoni (con rima assai buona per un uomo dozzi- 
nale, dice uno storiografo) e in compenso riceveva un 
tozzo di pane, o un mezzo bicchiere di vino, o una piccola 
moneta. L'Alessandrino, in certa canzone composta da 



30 ARTIGIANI POETI. 

lui nel IG68 in un'idioma mezzo toscano e mezzo lom- 
lìai'do, si avventava addirittura contro gli Spagnuoli. 
La canzone, perchè satirica e proibita, fu ricercata e 
si diffuse ; siccliè n' ebbe sentore Ponze de Leon, go- 
vernatore di Milano, il quale chiamò davanti a sé il 
cieco, lo ubbriaco, gli fece cantare la satira, e ordinò 
che nella notte stessa fosse strangolato; e cosi fu. Il 
basino Verpello, che vestiva alla campagnuola, pulitis- 
simo, era, al pari del povero Alessandrino, molto noto 
a Milano. Come i trovatori medioevali, come il Croce, 
era ricercato nei ritrovi, per la vena copiosa e satirica 
mordente. Una volta si scagliò contro il vizioso gover- 
natore che, in una famosa festa di ballo, data alle gen- 
tildonne milanesi, fece d'un tratto spegnere i lumi. Il 
governatore ordinò che il Verpello fosse appiccato. An- 
che questo supplizio si compì di notte (nel luglio 1671) 
per paura di qualche sollevazione popolare. 

A Milano si compongono tuttora hosinade, su qual- 
che fatto cittadino del giorno. I poeti restano anonimi ; 
ma so d'alcuno eh' è falegname. Gli strilloni ne reci- 
tano sulle vie l'argomento, pure in versi. II popolino va 
sempre ghiotto di codesta rozza letteratura che una 
volta serviva da gazzettino e che oggi è solo l'eco, non 
ancora perduta, della voce di tutta una classe cam- 
pagnuola e cittadinesca. 

Milano non ebbe, peraltro, un vero poeta artigiano 
degno di studio speciale, come lo ebbero Firenze e Bo- 
logna, e come, nel settecento, Venezia. 



Un gondoliere veneziano del 1700. 

La città di Venezia nel settecento rassomiglia alla 
Firenze allegra del quattrocento. La serenissima Re- 
pubblica veneta, come la chiamavano {serenissima an- 



ARTIGIANI POETI. 31 

che quando era in guerra) dopo d'avere coi commerci 
e colle conquiste marittime guadagnate ricchezze im- 
mense e potenza e gloria, si abbandonò al più lieto vi- 
vere, come succede ai tìgli oziosi che sciupano in ba- 
gordi gli averi raccolti dai padri operosi. Nel settecento 
la letteratura fu brillantemente coltivata a Venezia ; ed 
era naturale : cominciando a mancare i bei fatti si 
cercavano le belle parole, E fra gli stessi gondolieri 
veneziani la poesia era amata oltremodo. 11 poema di 
Tor(iuato Tasso, la Gerusalemme Liberata, già da più 
tempo si cantava dai gondolieri, nelle quiete ore not- 
turne, sulla laguna, pei canali silenziosi, con monotone 
cantilene che andavano al cuore. La poesia appassio- 
nata, e mesta, e sacra, del grande Torquato era (strana 
cosa!) prediletta da una classe di popolani, la quale, 
più d'ogni altra, aveva sulle labbra l'ironia, la scettica 
facezia, il turpiloquio. E i gondolieri, anche adesso, 
mentre bestemmiano accendono il lumicino davanti alle 
immagini della Madonna nelle loro povere case e nei 
traghetti.... 

Antonio Bianchi, autore di poemi sacri, si segnalava 
fra tutt' i gondolieri veneziani del settecento. Il Da- 
vide re cV Israele e II tempio ovvero II Salomone, poemi 
del Bianchi, furono stampati tutti e due a Venezia, il 
primo nel 1751, il secondo due anni dopo: e sono prova 
di mirabile ingegno. 

Nella lettera dedicatoria che il Bianclii premette al 
Davide, indirizzandola a un suo protettore, certo Gio- 
vanni Montini cameriere del doge, parla di sé con schietta 
modestia e dignità. Sentite: 

« Partecipo a V. S. 1' aver terminata la riduzione in 
ottava rima della vita del santo re Davide, come pure 
d' aver risolto di darla al torchio : tutto per vostro mero 
impulso, o dirò meglio, comando. Voi però, dovevate 
comandarmi di servir colla gondola e non colla penna.... 



32 ARTIGIANI POETI. 

Io non studiai grammatica, né prosodia, nò quanto sia 
necessario alla coltura d' un ingegno poetico. La natura 
mi diede la disposizione ; ma li miei studi primarii sono 
stati troncati dalla morte paterna, prima eh' io termi- 
nassi nove anni di vita. Le conseguenze di tanta mia 
perdita furono quasi fatali al mio genio. Mi vidi co- 
stretto a procacciarmi '1 pane, invece di nutrire lo spi- 
rito. NuUostante, presi a fare il pedante a me mede- 
simo, in mezzo agli strepiti a me noiosissimi della mia 
professione, con quanti libri mi capitavano alle mani, 
sia di che genere si fossero ; non la perdonando nep- 
pure a' fogli bisunti e lordi trovati per le vie, purché 
contenesser caratteri. Venni per questo mezzo ad un 
mediocre possesso della lingua italiana, quando 1' ar- 
monia de' poeti mi prese a rete. Gustai pieno d' ammi- 
razione tutti e tre i generi principali della poesia nei 
più celebri autori, e m' imbevei de' lor tratti, a tutta 
impressione. Finalmente mi azzardai all'imitazione; 
ma non imitai che il tenero passerino, in saltellare dal 
nido al più vicin ramo, e dal ramo al nido. Voi mi spi- 
gneste al volo, senza riflettere punto all'impotenza 
de' miei vanni ; e non faceste che spignermi dal ramo 
a terra. S' io non avessi a servire per vivere, e vivere 
per altrui, mi lusingherei di qualche fatica più degna 
della vostr' attenzione ; ma il mio dovere ed il mio onore 
mi fanno assai più belli gli obblighi del mio stato che 
tutte le muse di Pindo. » 

Bastano queste parole per render simpatica la figura 
del nostro popolano. Egli era servitor di gondola d'una 
storica famiglia : la famiglia Grimani. Prima servì 
il nobil uomo cavalier Pietro Grimani, procuratore di 
San Marco, indi doge (1741-1752) e poi la nobil donna 
Francesca Giustlnian maritata Grimani. Negli ultimi 
suoi anni, abbandonò il remo, onorato dalla stima di 
coloro che sapevano apprezzare 1' onesto suo ingegno. 



ARTIGIANI POETI. 33 

E i suoi estimatori erano molti, fra cui patrizi, consoli 
di Stati stranieri, ciotti professori dell'università di 
Padova, che tutti vollero acquistare i suoi poemi, stam- 
pati, come oggi si direbbe, per associazione. 

Nel 1731 il Bianchi avea pubblicate Quaranta ottave 
sulla morte del gigante Golia ; e fu appunto in seguito 
a codesta pubblicazione che un suo mecenate, il Montini, 
lo incoraggiò a comporre un lungo poema sul Re salmista. 

Il poema che il bravo gondoliere prese a modello, 
fu il Tasso, da lui studiato e commentato in quaderni 
inediti e forse perduti ; quel Tasso che, come ho detto, 
era caro ai gondolieri veneziani, e che aveva pure can- 
tato la terra del Giordano. 

La parte descrittiva del poema è flacca. Per com- 
penso, i pensieri fllosoflci, d'unafllosofla schiettamente 
cristiana, elevano qua e là l'ottava, eh' è sempre chiara, 
rapida e di struttura regolare. Il Bianchi non è molto 
forte in ortografia (non lo era nemmeno il Tasso) e,, 
sbagliando l' ortografia, sbagliava qualche rima. W Da- 
vide è composto di dodici canti. 

Nel Salomone il sentenziare (eh' è proprio del popolo) 
è pili a posto. Quando il Bianchi lo dava alle stampe, 
avea già lasciato la gondola e il servizio, e quindi 
aveva più agio d'immergersi nelle meditazioni bibli- 
che cui fortemente inclinava. Nel quarto canto del Sa- 
lomone (è in dieci canti) sono dipinti i vizi che de- 
turpano r uomo. 11 famoso giudizio di Salomone non 
manca di teneri accenti proferiti dalla madre cui è 
tolto il proprio bambino. Lo Spirito d' abisso esce sulla 
terra, in forma di drago fiammante, per impedire che 
il popolo d' Israele vada ad adorare Dio nel novo tem- 
pio ; ed ecco come al comparire dell' arcangelo Michele 
il mostro trema e s' atteggia : 

Trema il superbo, e il bieco sguardo atroce 
Fissar nel volto al Scrafin non osa; 



34 ARTIGIANI POETI. 

Ma di fremito sol manda una voce 

Spaventevole, irata, e dolorosa. 

Così suole il mastin, benché feroce, 

Alla faccia sicura ed orgogliosa 

Del noto domator mansuefarsi, 

Quanto piti gli s'appressa, e rannicciiiarsi. 

È una strofa del canto ottavo. — Nel canto terzo, 
il poeta parla di sé stesso e dell'intima lotta che sostiene 
fra le lusinghe dei sensi e la fede austera: 

Oh ragion pervertita ! Oh folle inganno 
De' sensi, oh desiderio uman fallace, 
Che r util cerca e si procura il danno, 
Rendendosi d' un ben sommo incapace! 
Rinuncio le catene al mio tiranno 
Ed in traccia men vo della mia pace; 
Della mia pace, che finor cercai 
Nel mondo, senza rinvenirla mai. 

Cosi poetava un popolano, un barcaiuolo delle la- 
gune. Alcuni negavano ch'egli fosse l'autore dei poemi; 
non lo credevano capace di tanto: susurravano che i 
nobili Grimani, suoi padroni, correggevano per lo meno 
i suoi scritti. Era la stessa accusa lanciata a un fa- 
moso antico: a Terenzio. Il Bianchi si difese nobilmente, 
e rispose ai malevoli con altri lavori originali. Pro- 
lungò di otto canti il Davide, e di due il Salomone; 
stampò nel 1759 L'Oriclegno ossia la Cuccagna con- 
quistata; poema ei'oico in' cui sferza l'ipocrisia in buon 
credito, il « bricconismo » protetto, l' impostura trion- 
fante, r adulazione indorata, la lubricità.... I « cucca- 
gnottì, » com'egli li chiama, son quelli che seguono vie 
oblique, per raggiungere la meta. Anche questo poema 
è in ottave, ed in dieci canti. 

Ma il Bianchi non volle esser soltanto autor di poe- 
mi; si diede anche a scrivere pel teatro. I suoi dram- 
mi comico-musicali furono rappresentati a Venezia : 



ARTIGIANI POETI. 35 

L' Amore in hallo. Le XilleggialricA ridicole. La buona 
figlia supposta vedova; quest' ultimo stampato nel 1766 
e rappresentato nel teatro di San Cassiano in quella 
città. L' Ipocondriaco, melodramma comico, pare non 
sia mai stato rappresentato. Tre suoi drammi sacri 
per musica (che allora usavansi nei fiorenti conserva- 
tori! di Venezia) s' intitolavano : Il Vitello d'oro. Il tran- 
sito del Giusto, San Marco in Alessandria. Un altro 
dramma pure per musica, Camma, fu dedicato a Carlo 
Eugenio duca di Wiirtemberg e Stuttgart. 

Non basta ; il nostro gondoliere scrisse anche nove 
commedie: L'amante filosofo. L'onestà premiata. Il 
buon parente. Il segretario domestico. La moglie tol- 
lerante. L'ambo, Il tutore. L'economia delle donne. La 
vanarella ; tutte con iscopo morale. Il tutore fu rap- 
presentato con tagli e alla gran diavola, e pare che, 
perciò, facesse lìasco. 

l'Alcibiade e Ruggiero all' Isola di Alcina sono due 
tragicommedie dello stesso Bianchi, che scrisse anche 
terze rime, canzoni, sonetti, e lettere critiche e pole- 
miche. E chi lo crederebbe ? persino un romanzo, Ec- 
covene il titolo un po' lungo, se volete, ma allora alla 
moda^ Il filosofo veneziano, ossia Y ita di Vincenzo N. 
Storia moderna, piacevole ed instruttiva scritta da lui 
medesimo, dedicata al molto illustre signor Nicolò 
Maria Gherro mercadante veneto. 

Quel « molto illustre » è un' adulazione e una bugia, 
che il virtuoso Bianchi non doveva permettersi. Il ro- 
manzo fu pubblicato anonimo. 

Quando sia morto il Bianchi e di quale età, nemmeno 
Emanuele Antonio Cicogna, insigne bibliotìlo delle cose 
di Venezia, potè scoprire. Si sa eh' egli abitava, negli 
ultimi anni, in contrada di San Vito; che aveva un figlio 
unico, cui allevava secondo i dettami della sua severa 
morale. Dal ritratto, bene inciso, posto a fronte del 



36 ARTIGIANI POETI. 

Salomone, appare un tipo di popolano veneto bonario. 
Ha naso e labbra grosse, ciglia molto arcuate e folte, 
sguardo aperto. 

Il Davide del Bianchi, quando uscì alla luce, levò 
rumore e fu molto ricercato ; adesso chi ricorda più 
quel poema e il suo autore? 



Un cavapietre siciliano. 

La letteratura vernacola si sviluppò in Italia con 
ricchezza unica, forse, fra le nazioni moderne ; e la 
vena non è essiccata. A Palermo, nel secolo XVII, fiorì 
un poeta vernacolo singolare, il cavapietre Pietro Ful- 
lone (in dialetto palermitano Fuclduni, che vorrebbe 
dire gran matto). Egli visse nei primi settant' anni di 
quel secolo, quasi sempre in mezzo al popolino che, 
divertendosi alle sue rime satiriche, lo eccitava a im- 
provvisare : qualche altro rustico si metteva al para- 
gone con lui ; onde ne nascevano stide poetiche, sul 
genere di quelle dei pastori di Teocrito; e le donnic- 
ciuolé e i popolani stavano intorno a sentire i conten- 
denti. Il Fullone avea larga vena, il motto pronto, sa- 
lace, che passava la pelle, e suscitava facilmente il 
buon umore colla sua festività. Non solo a Palermo, 
ma in tutti i paeselli siciliani, dove per esercitare il 
suo mestiere egli doveva recarsi, errante sempre e 
sempre miserabile, si acquistò nomea; e oggi stesso (mi 
scrive il signor L. Scarpazi, siciliano) a Monte Erico, 
a Salemi e altrove, è viva la memoria del Fullone. 

Ma non isbizzarriva solo F ingegno nella satira per- 
sonale ; si elevava anche a mistici concetti. 

Avendo provato amari disinganni amorosi, cessò 
di condur vita errabonda, e si raccolse a vita religiosa 



ARTIGIANI POETI. 37 

e romita. In gioventù, egli apparisce poeta allegro, e 
lubrico; negli anni più maturi, appare, invece, poeta 
malinconico e pio. Nella mesta sua quiete, cominciò a 
studiare, e cantò le bellezze dell' opera di Dio, la crea- 
zione del mondo e i più imperscrutabili misteri della 
religione cristiana. Viveva, allora, come un frate, in 
una cella angusta, fra le macerazioni, i digiuni e lun- 
ghe preghiere ; e tale vita di mortiflcazione dovette 
predargli, a quanto si dice, allucinazioni non dissimili 
da quelle provate dai santi padri del deserto. La sua 
ardente fede si riverbera nelle ottave, scritte in dia- 
letto siciliano, fra i crocitìssi e le vite dei martiri: e 
vi si riverbera pure la sua malinconia, una malinconia 
ferale, che si pasce delle idee luttuose della morte. 
Egli, vecchio cavapietre, dopo avere scavata tanta terra 
per conto degli altri, scavava una fossa, come un mo- 
naco trappista, per esservi presto seppellito : e, allora, 
contro i sassi picchiando e ripicchiando col piccone, la 
sua mente poetica aprivasi a un canto funebre : 

Balata siipra tutti li baiati, 
Tu m' hai di pirdunari si si' smossa; 
Eu t' aju a dari tanti martiddati, 
Ca t' aju a 'mpicciuliri si si' grossa; 
Diu mi ha data tanta potestati, 
Chi t'aju a fare balata di fossa, 
E quantu moru portami piatati, 
Mettimilli a un cantiddu st' afflitt' ossa. 
(Pietra sopra tutte le pietre, — Tu mi devi perdonare se sei 
smossa; — Dovrò darti tante martellate — Finché dovrò impic- 
ciolirti. — Dio mi ha dato tal potere, — Che dovrò farti pietra 
da sepolcro, — E allorché morrò abbi pietà di me — E riponile 
in un cantuccio queste mie misei'e ossa.) 

Questo fu r ultimo canto del rustico cavapietre. Pie- 
tro Fullone precedette il gran Giovanni Meli d' un se- 
colo e mezzo. Il Meli è il poeta vernacolo classico 

P. B. — 30. 3 



38 ARTIGIANI POETI. 

della Sicilia, — Pietro Fiillone resta il poeta vernacolo 
rustico di queir isola ricca di tipi caratteristici e di 
poesia. 



Il sarto Gianni improvvisatore. 

Poco dopo la metà del secolo passato, in una bot- 
teguccia del Corso a Roma, si vedeva un povero gobbo 
seduto colle gambe in croce, intento a cucire guarnelli 
da donna. Era il poeta Francesco Gianni, che più tardi 
doveva essere assunto da Napoleone I al grado d'im- 
provvisatore cesareo e cantore delle più strepitose vit- 
torie. 

11 Gianni era nato in Roma il 14 novembre 1750 
da un comasco, Pietro, di Castiglione, e da Anna Ber- 
tolini di Mondovì, poverissimi tutti e due. I genitori 
non furono nemmeno in grado di fargli insegnare a 
scrivere : appena il loro figliuolo fu grandicello, lo affi- 
darono a un sarto perchè gP insegnasse il mestiere; 
ma il padrone lo caricava di busse non di lezioni: un 
giorno, che il piccolo Gianni gli rispose vivaci parole, 
lo percosse con tal furore che gli ruppe due coste: da 
quel giorno Francesco Gianni rimase gobbo. Il padre 
lo tolse dalle mani di quella furia e, poco dopo, co' de- 
nari elargiti per carità da un cardinale, gli aperse 
quella botteguccia per ricavarne presto, egli stesso, 
qualche vantaggio. 

Ma il disgraziato comasco non la indovinò. Un giorno 
che giunse fra le mani del piccolo Gianni un Orlando 
Furioso, addio guarnelli, addio forbici ed aghi!... Le 
ottave dell' Ariosto ebbero il potere della magica verga 
di Moisè che, con un colpo, fece scaturir 1' acqua da 
una rupe. Il Gianni cominciò a improvvisare con tor- 
renziale abbondanza: e la gente ristava attonita a sen- 



ARTIGIANI POETI. 39 

tirlo. Certo Francesco Battistini, pronosticando in lui 
quel vate elio divenne dipoi, lo tolse al mestiere, e lo 
volse, sotto la propria direzione, allo stadio delle belle 
lettere. 

Da questo punto, cessa l'artigiano.... Non possiamo 
adunque più seguirlo passo passo negli studi, nei viag- 
gi, nella gloria. Dobbiamo, peraltro, accennare di volo 
alle sue vicende e alle sue poesie, colle quali tentò ec- 
clissare persino lo stesso Vincenzo Monti, suo rivale. 

Fuggito da Roma, trovò a Genova due nuovi e 
validissimi protettori : in una eulta gentildonna, Anna 
Pieri Brignole, e in un gentiluomo, il conte Luigi Cor- 
vetto. In grazia di questi signori potè presentarsi per 
la prima volta davanti a pubbliche adunanze e improv- 
visare. Il successo fu felicissimo, e pareva che dovesse 
determinarlo ad abbracciare la sola poesia, lasciando 
da parte la politica. Ma, professandosi partigiano fo- 
coso delle nuove idee democratiche, soffiate, come un 
turbine, colla venuta rumorosa e smagliante dei Francesi 
e di Napoleone Bonaparte a Milano, si recò in questa 
città dove ottenne una carica nel governo della Repub- 
blica Cisalpina, allora istituito. Ma le armi austriache, 
prima sconfitte, presero la rivincita : la Repubblica 
fu messa a dormire, e il Gianni con altri patrioti, te- 
muti dagli Austriaci, fu condotto prigioniero nella for- 
tezza di Cattare nella Dalmazia. Napoleone rivola; scon- 
fìgge a Marengo i nemici (1800): e il Gianni, liberato 
dalle catene, segue a Parigi il glorioso conquistatore, 
il quale, mercè V alta protezione della Brignole, lo vuol 
sentire più volte nelle sue splendide serate delle Tui- 
leries, e lo nomina improvvisatore imperiale con seimila 
lire air anno di compenso. La prima volta che il gran 
guerriero lo udì improvvisare, esclamò : « Questo gobbo 
ha molto ingegno ! » In casa del conte Corvetto, allora 
consigliere di Stato, e in altre illustri famiglie dove 



40 ARTIGIANI POETI. 

giungevano i holleUini delle imprese napoleonicho, il 
Gianni improvvisava su quelle vittorie le più facili e 
sonanti strofe, che venivano raccolte e sollevavano en- 
tusiasmo indicibile. La sua memoria era portentosa; la 
sua immaginazione vivissima ; la rapidità dell' improv- 
visazione quasi fulminea. Gli emuli lo schernivano vil- 
lanamente per la gobba ; ma erano costretti ad ammi- 
rarlo, specie per gl'improvvisi ?,\x\V Assedio di Genova 
nel 1709 e sulla Battaglia di Marengo, che rimasero 
i suoi capolavori estemporanei e i più notevoli che 
abbiamo del genere, in tutta la letteratura. 

Il libro Le gloriose imprese di guerra di S. M. Na- 
poleone I imperatore dei Francesi e re d' Italia cantate 
in versi estemporanei da F. Gianni (A Livorno, 1807, 
Stamp. del Consolato francese) contiene, oltre quei canti: 
La presa d' XJlma ; La presa di Vienna ; La battaglia 
di Jena; cui è aggiunta La spada di Federico TI re di 
Prussia, canto di Vincenzo Monti, il mordente spregia- 
tore del poeta sarto, che lo ricambiava a misura di 
carbone. La bassa rivalità che si deplorava fra il Gianni 
e il iMonti e sfogavasi in versi oltraggiosi, derivava da 
gelosia di mestiere. Eppure erano acclamati entrambi : 
al Gianni restò la corona della poesia estemporanea, al 
Monti la corona della poesia meditata. Al primo i batti- 
mani del momento, al secondo l' ammirazione perenne. 
Tuttavia il Gianni, che, come diceva il Monti a deri- 
sione, avea cambiato l' ago in cetra, si reputava il prin- 
cipe dei poeti, tanto gli applausi lo avevano ubbriacato ! 
I canti di lui oggi ci offendono per la loro gonfiezza ; 
ci lasciano il senso del fragore d' un carro vuoto che 
passa ; ma bisogna riportarsi a quei tempi napoleonici, 
ne' quali le strepitanti vittorie militari richiedevano le 
frasi più iperboliche e più sonore per essere adeguata- 
mente descritte; di più, bisognava sentire il Gianni, lui 
stesso, a declamare i propri versi: il suono della voce, 



ARTIGIANI POETI. 41 

il gesto, r espressione del volto sotto l' ispirazione apol- 
linea, aggiungevano irresistibile attraenza alla sua poe- 
sia. L'assedio di Genova è così descritto: 

Fiume che rompe con immenso danno 
L'argino antico, e ne la vaile sbocca; 
Pomici e fiamme, che per 1' etra vanno, 
Quando l'ira d' Encelado trabocca; 
Crolli terrestri che diveller fanno 
Alpestrica città, che al pian dirocca, 
Sono immagini languide e infelici 
Al furor che atterrò tanti nemici. 

Là, sotto i colpi de le spade nitrici, 
Cadon 1' aste recise a mezzo volo ; 
Qui fumano 1' equine irte cervici, 
Coi teschi umani calpestati al suolo: 
Tuonano i bronzi, echeggian le pendici, 
E scontrasi vieppiù stuolo con stuolo. 
Finché di guerra ne 1' orribil vampo 
Mancò a' vivi la terra, a' morti il campo. 

E non si ferma qui. Procede per diciassette ottave. — 
Il canto della battaglia di Marengo consta di trenta- 
quattro terzine, fra cui queste di evidenza scultoria : 

Al fin su i dirupati argini giunge 
Torrente inondator d'armi e cavalli, 
Ch' or si parte in sé stesso, or si congiunge. 

Tamburi e trombe e timpani e timballi 
Col fragor de la bellica armonia 
Le spelonche rintronano e le valli. 

Scosso da r invernai sua letargia, 
Scavernandosi 1' orso a salto a salto, 
Come spaurato cavriol fuggia. 

Nel pian frattanto ad aspettar 1' assalto, 
L'austriaco Duca si piantò qual torre. 
Con occhi biechi, e con la spada in alto. 

Il nostro poeta compose altre rime su svariati ar- 
gomenti. Potete vederle nella Raccolta delle poesie di 



42 ARTIGIANI POETI. 

Francesco Gianni die V autore stesso pubblicò a Milano, 
nel 1807, facendole precedere dal suo ritratto in versi. 

Non grande, non pigmeo: gli omeri olTeso: 
Biondo la chioma: pallido il colore: 
La pupilla loquace : il labbro acceso, 
E privo il mento del crescente onore. 
Sul Pincio nato: sul Parnaso asceso: 
Di lignaggio plebeo: nobil di core: 
Di sorte sprezzator, di gloria vago: 
Eccoti espressa la mia vera immago. 

Caduto Napoleone, il Gianni continuò a godere la 
pensione di seimila lire, mercè V intervento pietoso del 
conte Corvetto ; e continuò a vivere nella capitale della 
Francia, immerso nelle pratiche religiose alle quali 
negli ultimi suoi anni sentì il bisogno di consacrarsi, 
come il Fullone. — Mori a Parigi nel IS22. 



Il ciabattino dell' Adige. 

Così si soprannominava da sé Isidoro ' Orlandi, ve- 
neto, meraviglioso ingegno poetico, nato nel 1781 ad 
Angiari vicino a Legnago, e vissuto nell'oscura Ase- 
longa nel Veneto. Era ciabattino e contadino, figlio di 
contadini. Egli stesso, nel 1" gennaio 1825, scriveva con 
brio la prefazione del suo Saggio poetico, che un tipo- 
grafo degno di lode, certo Carenti, volle fosse in quel- 
r anno pubblicato a favore totale del poverissimo poeta. 
In quella prefazione l' Orlandi diceva di sé : « Il ciabat- 
tino dell' Adige naviga entro una scarpa. » No ; i suoi 
versi, che riempiono a mala pena cinquanta paginette 
(stampate a Mantova dalla Tipografia Virgiliana), non 
sono roba da ciabattini : hanno sapor classico, imma- 
gini nuove, vivacissime, bene scolpite : sono pieni di 
dignità e di robustezza. 



ARTIGIANI PORTI. 43 

Egli abita una capanna, ed ecco come la descrive : 

Sta solitaria in tenebroso calle, 
D' argilla e vincili e di contesta canna, 
Su l'orlo estremo di palustre valle 
La mia capanna. 
E perchè 1' aura ivi non ferve e spira 
D'oro, né v'han che desolate glebe, 
Mi Diega il don de la tebana lira 
L'itala plebe. 

Perchè povero ciabattino, nessuno adunque si degna di 
riconoscergli l'ingegno poetico clie la natura gli ha dona- 
to!... Ma egli non si turba : cerca conforto in sé stesso : 

Cantai di me con lamentoso accento, 
Cercando pace, non d'Abido a Calpe, 
Ma nel mio core, ove sfidai Io stento. 
Fermo com' alpe. 

La verità, la luce, ecco ciò eli' egli ama benché indi- 
gente : 

Libero e nudo amai la luce, in grembo 
A tanto vulgo che s' affanna intenso 
A nulla, ond'è che in su romito lembo 
Esule io penso. 
E così mi starò, tanto che 1' atra 
Parca mi chiuderà polve sotterra. 
Non curando servii turba che latra 
Invida guerra. 
Forse mi toglierà sozza favella 
Di profana gen'ia, di plebe oscura. 
Ciò che non puote l'orrida procella 
De la sventura? 

Immaginate quanto doveva soffrire nella miseria e 
nell'abbandono un'anima che sentiva così! Egli sfidava 
il destino ; ma pativa dolori cocenti. In un sermone a 
certo Giovanni Malvezzi, l' Orlandi narra più aperta- 



44 ARTIGIANI POETI. 

inente i propri dolori ; racconta quanti mestieri ha do- 
vuto imprendere per non morire di fame, e come il 
prossimo suo, cui ricorreva, l' abbia sempre pasciuto 
di parole : 

Eccomi. Un dì movea di lungo un solco 
Che arava il padre mio. M' uscian de' versi 
Fuor de le labbra. Spensieratamente 
Sentenze mi cadean pungendo i buoi. 
Borbottando che vai? dicea 1' interno 
Mio vivo spirto. Al Sole alzava il mento; 
Un palpito sentia: uom di cappella 
Forse potrei venir: fuor del mio centro 
Quivi potrei restar. Brillami 1' alma 
Alte cose pensando; e fune e pungolo 
Gittai sul dorso a' buoi. La torva nube 
De la pazzia salivami al cervello 
In quel tristo momento, e noi conobbi. 
« Mal si conosce il fico. A me pur pare 
Senno a non cominciar tropp'alte imprese, » 
Cantò messer Francesco. Io noi sapea. 
Ma quando il seppi, spiattellommi ancora: 
a Chi smarrii' ha la strada torni indietro.» 
Io, pari a san Tommaso, noi credea; 
Tanto può la natura. Io tacqui e stetti. 
Addio, campi: qua libri. E notte e giorno 
Scartabellava. E quando a quello io venni : 
« Che per tugurii ancora e per fienili 
Si trovan spesso gli uomini » — egli ha torto 
Messer Francesco, dissi. Alzai la cresta, 
Mi parve superar Socrate e Plato, 
Omero e Dante. Schiccherai de' versi 
Pili ch'Elcestide assai, più di Lucilio; 
Aristarco e Quintilio e Tucca e Tarpa 
A^enncr di poi. L' un mi dicea: a Va, studia. » 
«Oh, versi! l'altro: Va le capre a mungere.» 
Il vulgo tutto mi sbertava. Lacero, 
Arrossii, sbaldanzii, perdei lo spirto 
Per gran confusion. Fumava al colmo 



ARTIGIANI POETI. 45 

Amor di poesia. Troncò la Parca 
Lo stame al padre mio. Zizzania e bronchi 
Piiliulavan nel campo: il sorgo, il miglio 
Cedean 1' impero a la gramigna, al loglio. 

zappa o morte, rimbombò la fame, 
Filosofessa onnipotente; e quindi 
Ceder convenne a la fatai sentenza. 
Ma dolce passion d' alma natura, 

Che r uorn persegue e gli martella il core, 
Unqua non 1' abbandona, e si il tormenta. 
r giva al campo con il rastro in mano 
E col Plutarco mio sotto 1' ascella, 
E, masticando versi, e seminando 

1 solchi di proverbi e di lamenti. 

Il disgraziato s' arrovellava. « Non vile ingegno — 
Mi sento ribollir » egli andava dicendo. Forse eli' io 
valga meno di un mugnaio? Meno d'un ciabattino? E 
dovrò menar sempre questa vita? 

Venderò a l' incanto 

Le masserizie, la capanna. A' pigri 
Non mai fqrttma arrise. Un cor gentile. 
Avvinto di pietà, la mia sventura 
Potria far men. Sperai. La voce i' sciolsi 
Del mio lamento. Oh quante in dolce metro 
Parole io colsi! Ma chi puote aita 
Porgermi alquanto, il disse, e mai noi feo; 
E chi mai noi potea, di vero pianto 
Mi bagnava le guance (che davvero 
S'amano gl'infelici).... Oh maledetto 
Il salario, sclamai, della speranza.... 
Un mese camminai sovra le grucce 
Dal focolajo al letto. Ecco tre lustri 
Di funesto sperar; fante, cavallo, 
Ciabattino, corsier, sarto, librajo, 
Facchino e pescatori poscia vetture. 

Cerretani guidai 

E peggio. 



46 ARTIGIANI POETI. 

Indi prosegue : 

Pur desiando 

La fortuna stancar, soffersi a tanto. 
Mi stancai, m'arrestai. Filosofai: 
«Chi smarrii' ha la strada torni indietro,» 
Chi prega al fato si sberretta al vento, 
« Chi non ha albergo posisi in sul verde. » 
Ma tu, capanna mia, quasi miracolo 
Esisti ancora. È ver che acerba guerra 
Ti fér cento mestieri a varia stampa; 
Ma pnr, non ti dorrai, se la paterna 
Dote quasi sfumò. Salve, beata 
Cella del pentimento : mi difendi 
Dal rigido aquilon 

Tu ridi, amico. Forse ancor non sai. 
Che fervido pensier, alma che sente 
Non ha scola miglior de la sventura? 

L'Orlandi, in questo vigoroso sermone autobiografico, 
ritraendo la cruda verità qual è, usa talvolta frasi tri- 
viali che rispondono appunto alla trivialità delle cose. 
Talvolta par ch'egli rida persino de' suoi patimenti; e 
allora è un riso amarissimo, è la più alta espressione 
del dolore. 

Quest' umile contadino, cia])attino, pescatore, fac- 
chino, sarto.... anelava alla gloria. Il suo Inno alla 
gloria, condonate alcune scorrezioni, si direbbe quasi 
un'ode del Parini: le ultime tre strofe contengono, a 
parer mio, passi superbi. Mi piace toglierlo dall' oscu- 
rità e riportarlo qui per intero: 

INNO ALLA GLORIA. 

Perchè la fronte e 1' omero 
Sento curvarsi a gli anni, 
E stanco declinar l' ingegno mio ; 
E (poiché gli anni crescono) 
Moltiplicar gli alTanni, 



ARTIGIANI POETI. 47 

Che piegan me su l'urna de l'obblio: 

Lampa, che sol desio, 

A te rivolgo i rai, 

Gloria, luce di Dio, che tanto amai. 

Tu, che sei prima ed ultima 
Meta, conforto e palma, 
A cui sospira 1' immortai sostanza; 
Tu, che al dolore, al gemito, 
Doni soave calma, 

Schiudendo al frale un raggio di speranza; 
E la saera costanza 
De r intrepide menti 
Talor sublimi in fra le piaghe e i stenti ; 

Il mio languente anelito, 
dea de' Grandi, accogli, 
E libra un casto volo al mio pensiero. 
Deh! se il raio prego è candido, 
Tu da r error mi togli, 
A cui tramanda ogni vulgar sentiero. 
Deh mi versa un leggiero 
Tuo raggio, ond' io n' avvampi, 
Ed orma vana il piede mio non stampi. 

Qui solitario ed esule 
Ove gemo e sospiro, 
Sento del nulla mio l'orribil noja. 
Mi cerco dentro 1' anima 
Il tuo soave spiro, 
E desto del tuo ben l' inclita gioja. 
Qui de r italo Gioja 
Al vasto calle, immenso, 
Sto meditando, e a l' infelice io penso.' 

Te, degli anni ancor tenero. 
Non de' precetti al vanto, 
Ma per occulto ardor di simpatia, 
Seguii. Del divo Ippolito 
Al castissimo canto 

' Allude a Melchiorre Gioja (1767-1829), piacentino, autore d'opere 
filosofiche ed economiche. 



48 ARTIGIANI poeti; 

Arsi del tuo splendor,' Schiusi la via 

De r alma a 1' armonia, 

Soavissime fonti 

Fei del mio cor, Parin, Foscolo e Monti. 

Sacro è 1' accento armonico 
Che illude i sensi, e fura 
Lo spirto uman da la caduca argilla. 
In queir estasi tenera, 
Mi versò la natura 
D'invido foco un'esile scintilla. 
Ridestai la pupilla, 
Ed oh! guardai d'intorno: 
La bella fiamma disparia col giorno. 

Oh come allora dolsimi 
De la vita si breve. 
Numerando i perduti giorni miei. 
Invocai de le tenebre 
L' onda più fosca e greve, 
Le Parche, il Fato avverso, i bruni Dei: 
Me stesso a sdegno avei: 
Così frale è natura 
Ne r estremo dolor, ne la sventura. 

Quasi vapor fulmineo 
Passan de 1' alma i sdegni, 
Quando un dolce sentir I' alma disganna. 
Or pensoso, mestissimo. 
Amo i celesti ingegni, 
Assiso al limitar di mia capanna, 
Ove il guardo m' appanna 
L' etade che discende, 
E a la tua luce il mio venir contende. 

Non guardarmi da 1' umile 
Stanza dove mi nacqui, 
Ma sì d'onde a me piacque la tua fronda. 
Non da la muta e sterile 

' Allude al poeta Ippolito Pindenionte (1 753-1828), veronese, au- 
tore delle Poesie campestri Q del carme Bei Sepolcri in risposta a 
quello di Ugo Foscolo. 



ARTIGIANI POETI. 49 

Gleba dove mi giacqui, 

Dal labbro, dal vestir che mi circonda; 

Ma da quella che gronda 

Lagrima dal mio ciglio. 

Che a te consacro in questo breve esigilo. 

Non chiedo a me, già polvere, 
La maestrevol urna,' 
Che meni pompa e la virtude oltraggi. 
Me, la croce funerea 
(Memoria taciturna), 
E la mia tomba dolcemente irraggi. 
Onde r ossa a que' raggi, 
Entro povero solco 
Non mi calpesti l' ispido bifolco. 

Canzon, che in veste lugubre 
Esci da l'umil chiuso, 
E vai, non ricca, non gentil, non eulta, 
Tu sfuggirai l' inospite 
Stuolo, che per vii uso 
Barbaramente a la sventura insulta; 
Benché mesta ed inculta, 
Non tornerai qui senza 
La cortesia de I' itala clemenza. 

Questa canzone la scrisse adunque negli ultimi anni. 
E nel 1825 era ancora in miseria. 

Nessuno ci tramandò la sua vita; e oggi, nel suo 
paesello, nessuno pare più la rammenti. Scrissi a quelle 
autorità comunali per avere qualche informazione del 
povero ciabattino che onorò quelle terre ; ma non mi 
risposero nemmeno! Dal ritratto, preposto all'edizione 
del suo Saggio poetico, rilevi che l' Orlandi avea linea- 
menti virili, scolpiti, naso aquilino, profondi gli occhi e 
intenti, capelli ricci e scompigliati. 

L'Orlandi ci fa ricordare un altro ciabattino : l'abruz- 
zese Stromei. 

' Sepolcro artificioso. 



50 ARTIGIANI POETI. 

Domenico Stromei. 

Tocco Casauria è un modesto paesello degli Abruzzi, 
nella provincia di Chieti. In una strada che corre in 
salita e che oggi, invece dell'antico nomo Yia del Colle, 
si chiama Yia poeta Slromei, primeggia una casa alta, 
rassomigliante a una torre antica con duo flnestre ad 
arco acuto, sopra le quali sporge una tinestra non meno 
vetusta. 

Da questa flnestra usciva ogni mattina il capo can- 
dido d' un vecchio settuagenario, dall' occhio vivace, 
dalle rughe profonde. Due povere donne, malaticcie, 
miseramente vestite, discendevano dalla scala rozza e 
ripidissima della strana casa-, discendevano adagio ada- 
gio ; mandavano un saluto a quel vecchio, lo chiama- 
vano padre. Ma egli non le udiva, assorto, eom' era, 
nella contemplazione dei vasti orizzonti e della scena 
grandiosa di luce, di verde e d'azzurro che si spalan- 
cava a lui davanti. 

Quando era sazio di così luminoso spettacolo, quando 
cessava di lodare il Cielo in versi che ad ogni aurora 
gli sgorgavano spontanei dal cuore commosso, il vec- 
chio abbassava gli occhi su' fiori ch'egli stesso colti- 
vava amorosamente sul davanzale della finestra, e ne 
spiccava uno, e lo infilzava all' occhiello della giacca 
sdrucita, perchè diceva che « ne' fiori ammirava la gran- 
dezza di Dio. » Con quel fiore discendeva in un affu- 
micato e umidiccio bugigattolo, la sua bottega di cia- 
battino, in mezzo alla cui penombra stava rinchiuso 
tutto il giorno, acconciando scarpaccie di villanzoni, e 
leggendo qualche libro di poesie, o improvvisando strofe 
sulla propria miseria, sulla cattiveria del borgo, che lo 
scherniva, o sulla carità di qualche benefattore, che, 
impietosito, andava a . consolarlo. 



ARTIGIANI POETI. 51 

Domenico Stromei (si chiamava così), nato nel 1810 
da un povero musicante, trascinava in tanta miseria 
i suoi ultimi anni. Se talora, rapito in qualche visione 
poetica, levava gli occhi al cielo e desisteva un momento 
dal lavoro, le figlie, i Agli, ve lo richiamavano perchè 
in quel giorno non mancasse un pane. Quante volte il 
settuagenario ciabattino, non reggendo più al lavoro, 
solfri la fame!,.. Lo sa la famiglia Stromei di Tocco 
che mi favorisce le più particolareggiate notizie. 

L'infelice Domenico morì il 3 maggio 1883 dopo un'ago- 
nia di otto giorni, lassù, nella sua camera, annerita dal 
fumo, ornata solo da figure di santi e da casse antiche 
ròse dai tarli. Accanto al letto e' era un tavolino, su 
cui Domenico Stromei scriveva copiosi versi colla sua 
scrittura regolare, nitida, unita, sempre improvvisando, 
e senza cancellature. Egli aveva imparato da sé solo 
a scrivere, da sé solo a leggere, da sé solo a comporre 
poemi e liriche^, ove noti più di qualche errore di gram- 
matica e di lingua, ma non errori di rima né di accento. 
Figurarsi se in un paesello oscuro degli Abruzzi, al tempo 
dei Borboni, il tìglio d' un capo banda di villaggio po- 
teva essere istruito da' buoni maestri ! 



Nessun tipo mi pare più simpatico di questo infelice 
poeta ciabattino. — Mentre nasceva, sopra una tavola 
della camera nuziale, stava steso un cadavere insan- 
guinato : il padre di sua madre, ucciso in rissa. La ma- 
dre, una semplice contadina, per. 1' angoscia del caso 
tragico, pei"dette il latte ; perciò il bambino dovette es- 
sere allattato per carità, ora da una ora da altra donna 
del villaggio. Era portato in giro, d' abituro in abituro, 
per poche goccio di alimento, e si temeva che morisse. 
Invece, morì il padre, e Domenico crebbe vivace così 
che correva di galoppo sul cornicione del campanile. 



52 ARTIGIANI PORTI. 

mentre la gente, atterrita, gridava dalla piazza e lo 
scongiurava che discendesse. Cantava, e suonava la chi- 
tarra; suonava il clarino nella banda, e, a tempo avan- 
zato, teneva a segno i propotenti. Un giorno, a Pietra- 
mico, villaggio d' Abruzzo Ultra, un ligure metteva sot- 
tosopra un'osteria, impaurendo tutti, tranne lo Stromoi, 
che, di forza erculea, lo afferrò per il collo e lo cacciò 
sulla strada come un cencio. La vendetta del ribaldo non 
tardò. Era una sera d' estate ; il villaggio taceva ; tutti 
riposavano. Lo Stromei, insieme a' suoi amici, dormiva 
sulla paglia, all'aperto, a braccia spalancate. D'un tratto, 
forti detonazioni risvegliano il paese. Un uomo fugge con 
uno schioppo, nell' ombra, ma vien riconosciuto pel 
malfattore dell' osteria. Lo Stromei, intanto, giaceva 
ferito con varie palle conficcate nelle gambe e a un 
braccio. Le palle gli furono estratte tutte, tranne una, 
che gli restò presso il polso per tutta la vita. 

Lo Stromei non avrebbe mai fatto il ciabattino se 
sua moglie, certa Teresa, non lo avesse distolto, non 
so perchè, dalla musica. Egli la ubbidiva e compiaceva 
in tutto. Non si può immaginare come codesto popolano 
nutrisse sentimenti della piii squisita cavalleria verso 
la compagna della sua squallida vita. La perdette 
nel 1878, quando entrambi erano già vecchi. Ogni sera, 
il vedovo si recava al cimitero a portarle dei fiori fre- 
schi, e ritornava coi fiori avvizziti deposti sulla fossa la 
sera innanzi: e se li premeva contro al cuore, que' fiori, 
appassiti sul tumulo della donna diletta; e li baciava. 

Per non discendere all'avvilimento di chiedere aiuti, 
soffriva ogni privazione. Reputandosi offeso da' suoi 
compaesani, che lo aiutavano, secondo la sua espres- 
sione « non a vivere, ma a morire, » giurò che non 
avrebbe mai più messo piede sulla piazza di Tocco ; e 
mantenne il giuramento. Per vent' anni, nessuno lo vide, 
nemmeno una volta, in quel luogo di riunione. Eppure 



ARTIGIANI POETI. 53 

egli amava gli uomini : quanta tenerezza provava per 
le disgrazie degli altri!... Si commovovallno allo lagrime. 



Allo Stromei si svegliò l' estro poetico stando a 
Roma, dove per imparare il mestiere del calzolaio era 
stato mandato giovinetto, e dove stette tre anni di se- 
guito. Quei monumenti, quelle antiche rovine, egli co- 
minciò a disegnarle su pezzi di carta col lapis. Al pari 
de* poeti primitivi e del popolo, da cui era sorto, predi- 
ligeva le cose grandiose, i fatti eroici, il meraviglioso, 
e quindi quelle rovine. Il Metastasio fu il primo poeta 
eh' egli ebbe F occasione di conoscere andando una sera 
in nn teatrino di Piazza Navona a Roma, sul cui palco- 
scenico si recitavano appunto i popolari melodrammi 
del poeta cesareo, pieni di guerrieri d'altri tempi, di 
re, di eroi. Que' fatti lo rapivano, que' versi dolci, quelle 
facili rime gli mettevano addosso la smania d' emularli. 
Ritornato a Tocco, colla testa piena di Metastasio, ot- 
tenne da un amico le opere del poeta che lo affascinava : 
e in seguito, a mano a mano, V Iliade tradotta dal Monti, 
la Gerusalenmie liberata, le tragedie dell'Alfieri. Questi 
libri lo infiammarono di più alla poesia eroica; ma a tutti 
preferiva il Tasso. Gli venne anche prestata la Divina 
Commedia. Egli la lesse, la rilesse per^ comprenderla : 
alla fine, dopo inenarrabili fatiche, vi capì qualche cosa, 
e s'accese d'entusiasmo per alcune sublimità dante- 
sche. Si provò a scrivere versi, e, passando di prova in 
prova, giunse a comporre un poema, in ottave, intito- 
lato Le Forche Caudine, col quale intese celebrare il 
trionfo dei Sanniti sui Romani. II ministro della polizia 
borbonica s'immaginava Dio sa quali macchinazioni sotto 
quei versi innocenti, e volle che fossero sottoposti alla 
propria censura. Il ciabattino andò su tutte le furie ; e 
scrisse allo stampatore: «Mandategli pure la copia a 

P. B. — 30. 4 



54 ARTIGIANI POETI. 

quello sgherro venale ; facesse piantare anche il pati- 
bolo, mi riderei di lui. » Lo Stromei voleva la libertà 
coir ordine e colla giustizia ; eppure, ammirava un Na- 
poleone I, in virtù appunto di queir inclinazione istin- 
tiva al grandioso e all' eroico, in lui prevalente. 

Ne' suoi poemetti : / Marsi, L'Emissario Claudio 
e L' Emissario Torlonia (editi ad Aquila nel 75), si con- 
tengono ottave armoniose e colorite. Una battaglia di 
schiavi fatta dare da Claudio sul Lago Fucino è de- 
scritta da maestro : 

Come vedi talor per gì' infiniti 
Campi del cielo oscuri nembi accolti, 
Lampi accesi strisciar, scrosci e l'uggiti 
Di tuoni e venti e di saette ascolti: 
Cosi vedevi igniferi infieriti 
Battagliando guizzar fiamme dai volti: 
E l'aure e l'acque empir d'urli feroci 
Que' schiavi udivi in disperate voci. 

Di là vedevi urtarsi e riurtarsi 
Zattere contro zattere, e repente 
Di qua inoltrarsi, alzarsi, inabissarsi 
Barche su barche impetuosamente; 
Da per tutto un cozzar, un azzuffarsi, 
Un ferire, un lottar rabbiosamente; 
Un vincere, un cader di mille schiavi, 
Un romper d' aste, uno sfasciar di navi. 

Nei Marsi, un vegliardo in mezzo" a un' assemblea 
descrive la gloria di Roma: 

Eoma, il sapete, conquistò coli' armi 
Ma più col senno l'universa terra: 
Da! Gange sino agli ultimi Biarmi, 
Arti, scienze, valor diffuse in guerra; 
Provvide leggi, onor di tele e marmi, 
Tal che la fama ancor ne suona ed erra 
Per l'orbe intero. E, sovra ogn' altra cosa, 
Per costume integrai fu gloriosa. 



ARTIGIANI POETI. OO 

Una similitudine degna dell' Ariosto panni la se- 
guente : 

Qiiai feroci mastini a cui si scaglie 
Dalia distanza di lontani passi, 
Con sibilanti colpi di zagaglie 
Un' incessante grandine di sassi, 
Corion, ritornan, saltan le siepaglie, 
Mordon latrando i grandinati massi, 
Spumando bava, e scricchiolando i denti 
Di morder credon gì' inimici assenti. 

E un' ottava pure degna d' essere citata è quella in 
cui lo Stromei accenna teneramente alla perdita della 
sua consorte amatissima : 

Era l'anima mia, la donna forte 
Che rassomiglia al Sol dell'allegrezza: 
Era la vita mia, la mia consorte : 
La mia luce, il mio amor, la mia ricchezza. 
Ella era mia.... me la rapi la morte; 
E me lasciò nel duol, nell'amarezza.... 
Teresa era il suo nome.... Ella soltanto 
Era la mia corona, era il mio vanto! 

Una sera, mentre il povero ciabattino lavorava, 
stanco, affranto, nella sua tana, si vide comparir di- 
nanzi all' improvviso un signore biondo, un celebre poeta 
estemporaneo, Giuseppe Regaldi di Novara, il quale, 
avendo letti alcuni suoi versi, andava a rallegrarsi con 
lui, compagno in Apollo, e a fargli 1' onore d' una visita 
Il turbamento, il gaudio del disgraziato ciabattino che 
si credeva negletto da tutto il mondo, sono espressi 
da lui stesso in un' ode caratteristica, di cui bisogna 
fregiare queste pagine : 



56 



AL POETA REGALDI 

IN OCCASIONE DELLA SUA VISITA. 

Qui, dove la rabbia d' un fato rubello 
Dannornmi a trattare la suola, il martello, 
Lo spago, la pece, io stava ristretto. 
Seduto al deschetto, 
Pensoso ed afflitto, la lesina urtando, 
E scarpe e ciabatte con duol rattoppando. 
Per dare alimento, tra pianti e sbadigli, 
Ai cari miei figli. 
Così travagliato dai crucci del giorno. 
Soffriva le smanie che avevo d' intorno, 
Sdegnando la luce del di che fmia 
Neil' Ave-Maria. 
Quand' ecco del canto, tu, grande fra' mastri, 
Sereno apparisti qual sole fra gli astri. 
Seguito da ingenui compagni ed amici, 
Beati e felici. 
Entrasti; e vicino a me ti sedesti; 
Richiesto parlai; mi udisti, tacesti; 
Né intanto i' sapea che stava a bearmi 
11 genio de' carmi. 
Allor che un' amica, benefica voce 
Mi disse: È Regaldi! m'intesi veloce 
Rinascer nel core dell' aura di vita 
La fiamma sopita. 
Allor mi credetti maggior di me stesso; 
Allora la gioja portommi all'eccesso; 
E palpiti e moti d' incognito affetto 

M' accesero il petto. 
Contento, felice, che il Nume de' Santi 
Provvide all'oppresso nel colmo de' pianti; 
Conobbi che gaudio, che lutto, che zelo 
Tutt' arte è del cielo. 
Allora alla terra 'Rivolto il pensiero, 
Conobbi che il bene reale ed intero 



ARTIGIANI POETI. 57 

Soltanto è virtute; che ogni altro contento 
È fumo nel vento. 
E tosto scordai le angosce, gli affanni ; 
Le ingiurie crudeli degli astri tiranni; 
L'orgoglio de' vili, gl'insulti beffardi 
Di tutti i codardi. 
E pieno d' ardire, ini feci a baciare 
Queir alma tua mano avvezza a trattare 
Fra slanci improvvisi dell'estro febeo 
La cetra d'Orfeo. 
Qui giunse la notte, mi desti un addio; 
Io vidi che il core non era più mio; 
Là dove sedesti commosso guardai, 
E in casa tornai. 
Ai figli, alla moglie rivolsi un sorriso 
Di padre, di sposo più forte e preciso; 
Poi corsi sul letto; dormire volea; 

Ma il core m'ardea. 
Fra mille pensieri la mente ondeggiava; 
Superba nel seno quest'alma balzava; 
L' onor che mi desti da me mi rapiva, 
Il sonno spariva. 
Regaldi, la cetra, la gloria, 1' onore, 
Io tutto sentivo parlarmi nel core; 
Per tutta la notte vegliai delirando, 
A te ripensando. 
Alfine, nell'ora che l'alba appariva, 
In placido sonno la mente sopiva, 
Sognando di entrare col plettro sul collo 
Nel regno di Apollo. 
E parvemi in quello vedere sovrano 
Seder collo scettro gemmato alla mano 
L' intrepido Dante, sdegnoso, raccolto, 
Pensoso nel volto. 
A destra gli stava, rapito, esaltato, 
La cetra guatando, il grande Torquato, 
Su cui del Sepolcro sacrato di Cristo 
Cantava l'acquisto. 
A manca sedeva fremente di rabbia 



58 ARTICI A NI PORTI. 

D'Orlando il cantore, torcendo le labbia; 
Pareva Isabella vedersi davante 

Di sangue fumante. 
E v' era il gentile poeta dappresso 
L'amante di Laura; e, insieme con esso, 
Boccaccio lascivo, ipial critico Momo 
Celiando sull' uomo. 
Sedevan vicino Parini ed Alfieri, 
E Monti e cent' altri cantori primieri; 
E ognuno parlava di pianti e di glorie. 
Di canni e di storie. 
Apollo frattanto di raggi celesti 
Splendeva fiammante fra quelli e fra questi. 
Le chiome intrecciando di allor' trionfali 
Ai Vati immortali. 
Io quivi all' entrare che feci tra d' essi. 
Col vecchio grembiale, con atti sconnessi, 
M'intesi gridare: — Sin qui non perviene 
Chi nome non tiene. 
1 Vati sdegnosi guardaronmi in viso; 
E tutti ad un tratto disciolsero un riso; 
Poi Febo mi disse: — Figliuolo che vuoi. 
Che cerchi fra noi? 
Col volto coperto d' un grande rossore, 
Risposi tremante: — Deh! sappi, o Signore, 
Ch'io son ciabattino; ma sento agitarmi 
Dal foco dei carmi. 
L' avversa fortuna mi chiuse il sentiero 
Che mena alla scienza; ma pure qui spero 
Vi porti il mio nome la fama canora; 
Regaldi mi onora. 
Regaldi?!... esclamaro Petrarca e Torquato, 
Regaldi?!... soggiunse lo stuolo beato, 
E mentre che tutti parlare mi vonno. 
Mi sveglio dal sonno. 
Mi desto e non vedo gli allori d'intorno; 
Al rozzo deschetto cruccioso ritorno ; 
Lo spago, la pece, le scarpe riprendo ; 
E gelo, e mi accendo. 



ARTIGIANI PORTI. o9 

Lavoro, mi arresto; sorrido, mi adiro; 
Riguardo, contemplo; ripenso, sospiro; 
E in tanto contrasto di speme e timore. 
Tu riedi, o signore. 
Tu riedi a vedermi, di nuovo ti assidi; 
Ti vedo più lieto, a speme mi guidi, 
T' intendo di nuovo parlare di cose 
Sublimi e giojose. 
lo tento sommesso baciarti la mano, 
Tu sorgi e m'accosti quel volto sovrano; 
Mi baci, ribaci, mi stringi nel petto 
Con fervido affetto. 
Allora al mio sogno tornai colla mente, 
Il campo de' Vati rividi presente: 
Nel mentre degnasti poeta appellarmi, 
Tu mastro ne' carmi. 
E umil ti pregai, per quindi col core 
Seguirti dappresso, largirmi 1' onore 
D' un verso de' tuoi, e me rammentarti 
Per tutte le parti. 
Tu lieto e giulivo, di si, rispondesti; 
Un bacio d' amore di nuovo mi desti; 
Partisti.... restai. Or penso, e mi pare 
Ancor di sognare. 

Un' altra ode saffica, ricca di sentimenti di gratitu- 
dine, lo Stromei rivolgeva a una buona maestrina, Adina 
Di Felice che, tocca da pietà, si recò anch' essa a vi- 
sitarlo e gli elargì spontanea qualche soccorso. Una baF- 
lerina di scorretti costumi voleva anch' essa dei versi 
da lui, e glieli avrebbe compensati ; ma egli le rispose 
sdegnato con un epigramma pungente. Nel 58 (si noti 
la data) scrisse un inno eccitatore Agi' Italiani, per- 
chè sperassero in una prossima aurora di libertà, e fu 
profeta. Contava già settantatrè anni, quando rivolse 
alla regina Margherita un'ode saffica ; ed era ancora 
ardente d' estro giovanile ! L' augusta signora la accolse 
mandandogli un largo sussidio. Le Poesie dello Stromei, 



60 ARTIGIANI POETI. 

stampate a Roma, nell'SS, contengono sonetti a Vin- 
cenzo Bellini, a Donizetti, al Tasso e al Metastasio, 
epigrammi, inni patriottici. 

Quando il poeta morì, Tocco di Casauria si commosse, 
vesti gramaglie, e gli fece a spese pubbliche funerali 
solenni. Nel Sannace del 15 giugno 1883 si leggeva que- 
sta descrizione del passaggio del feretro : 

La popolazione a due ali è schierata con evidente rispetto: 
le finestre, i balconi sono tutte teste : i reali carabinieri e le 
guardie municipali fanno largo presso il feretro; mille e mille 
visi commossi, molti occhi sono molli di lagrime, dalle fine- 
stre si piange, si stendono le mani in atto di buttare baci. 
Giunto il feretro nella piazza, dalla punta di un corno dei 
Tre-Monti, si svolgeva ad un tratto un bellissimo arco lumi- 
noso di argento fulgentissimo a più fasce quali più dense, 
quali velate dal trasparente cilestrino del cielo! Quest'arco, 
che da un lato sfumava nell'azzurro, richiamò 1' attenzione del 
pubblico, e non fu raro, per esser vero cronista, sentir dire da 
gente vivamente commossa del popolo: / Santi ci hanno tolto 
il Poeta, pe/' non farlo più soffrire; ieri fu l'Ascensione; oggi, 
per quella via d'argento, essi lo portano nel Paradiso. Da 
ogni parte si piangeva, e si diceva ancora: Guardale, anche il 
Cielo fa arco d' onore sul feretro di Stromei! 

Quant' era meglio che si fossero risparmiati questi 
onori allo Stromei morto e si fosse dato un pane sicuro 
allo Stromei vivo! La sua famiglia, a quanto mi scri- 
vono da Tocco, è ancora in miseria. 



Fra' monti e fra' colli. 

Le Alpi Canalesi, nella provincia di Belluno, ebbero 
il loro contadino poeta in Valerio da Pos. Questi nacque 
il 13 maggio 1740, nella piccola villa di Carfòn, da due 
contadini che lo mandarono giovinetto a Venezia, presso 
un bottaio perchè ne imparasse il mestiere. Lo imparò. 



ARTIGIANI POETI. 61 

ili mezzo ai patimenti e alle brutalità che il pacli'one 
gì' inlliggeva ; e imparò, intanto, anche a poetare da 
un sacerdote d' Oderzo, al quale il bottaio appigionava 
una stanza. Il preste diceva messa all' ambasciatore di 
Francia, suonava il violino, e poetava sulle vicende della 
guerra che allora ardeva fra l' Austria e la Prussia. Il 
piccolo Valerio, a lui famigliare, vide alcune di quelle 
poesie, e cercò d' imitarle. Gli cresceva, intanto, la vo- 
glia di leggere : perciò si comperò, co' magrissimi ri- 
sparmi, su pe' muricciuoli, de' libri poetici, che, appena 
letti, rivendeva, per acquistarne degli altri. Nel 1765, 
dopo undici anni d' assenza, tornò a rivedere la famiglia 
nel nativo Carfòn. Quel municipio lo nominò allora suo 
scrivano. Nello stesso tempo, egli andava coltivando i 
brevi terreni ereditati dal padre laborioso, aggiustava 
botti, e verseggiava nel genere satirico. 

Il Da Pos, nelle sue Poesie (stampate a Venezia 
nel 1822, menti-' era ancor vegeto e robusto), si atteggia 
a rigido censore dei costumi ; e il moralista austero si 
legge facilmente nel suo ritratto austero. Ha fronte spa- 
ziosa solcata da litte rughe, ha ruvide le sopracciglia, 
ispidi i capelli, sdegnose le labbra. Non risparmiava 
rimproveri agli altri e nemmeno a sé stesso, come si 
può vedere da questo sonetto: 

Oh, quante volte la Ragion mi disse: 
Bacco ed Amor ti fian cagion d'affanni! 
Chi segue I' orme lor cerca i suoi danni, 
Né mai si vide chi a buon fin sortisse. 

Saggi precetti al viver mio prescrisse 
Fra le vane lusinghe e i folli inganni; 
Ma se a me favellò, sin da' prim' anni 
Seminò al vento e nell' arena scrisse. 

Per le vie del piacer lieto e contento 
E ignaro dell' error, io corsi insano; 
Ma tardi, ahi lasso! del fallir mi pento. 



G2 ARTIGIANI POETI. 

Oh, la Ragione ita è da me lontano, 
Né più regge i miei passi; ed io rammento 
Li detti suoi, ma li rammento invano. 



Ci domandiamo spesso clii siano gli autori di certe de- 
liziose canzonette clie s'odono nelle campagne. I loro au- 
tori restano ignorati, percliè non stampano le loro opere, 
né fanno strombazzare il loro nome. Uno d'essi per 
altro, eccolo qui beli' e scoperto ; è un vecchietto che 
vive solitario sui fiorenti colli d' Arquà nella provincia 
di Padova, vicino alla casetta dove mori Francesco Pe- 
trarca. Egli si chiama Giuseppe Quercia; e tutti ne' din- 
torni lo conoscono per il « Sor Bepe poeta. » Vive in 
una casupola bassa, appiattata fra salici e ulivi con un 
giardinetto di rosai davanti. La povertà regna là den- 
tro; ma è una povertà pulita, rallegrata dal sole, ch'en- 
tra da padrone nell'asilo paciflco del vecchietto. Un 
signore, rispondendo a un cortese mio invito, andò a 
visitare il buon Quercia, e me lo descrive lindo e ar- 
zillo, con due occhietti furbi e lucenti, una papalina 
lucida in testa e un sorrisetto d' uomo contento sulle 
labbra sottili. 

« Quando fui a visitarlo (così il signor G. Scher- 
zardi), mi condusse nella sua stanzuccia bassa, mode- 
sta, povera di mobili, ma bianca, pulita e piena di sole. 
Da una scrivania vecchia e zoppicante, il sor Bepe tolse 
un libraccio dai fogli ingialliti, tutto scritto a mano con 
caratteri grandi e tremolanti. Era quello il libro delle 
sue poesie. Ne ha tante da farne addirittura un gran 
libro ; ma se gli dite di pubblicare in un volumetto i 
migliori lavori di quella raccolta, il semplice poeta cam- 
pagnuolo vi riderà in faccia. Le canzonette e gli stor- 
nelli, che si cantano ad Arquà e su tutti i colli Euga- 
nei, sono opera del sor Bepe. Sul far della sera, i 
contadini tornando dal lavoro cantano i versi del sor 



ARTIGIANI POETI. 63 

Bopc. Le forosette clie fanno all'amore, quando vanno 
ad attingere acqua alla sorgente del monte, che cosa 
cantano ? Le canzoni di Bepe poeta. E il poeta campa- 
gnuolo — me lo raccontava egli stesso — si mette verso 
r imbrunire sulF uscio della sua casuccia, e ascolta con 
intima compiacenza quei canti, da lui scritti, e ai quali 
i buoni paesani diedero veste di suoni, di cadenze e di 
ritornelli, » 

Una delle canzoncine più cantate è 1' addio che un 
coscritto manda allontanandosi dal paesello nativo, ^en- 
sando alla mamma, vecchia e sola, e all' innamorata 

piangente : 

Salùdeme la marna, 
La marna cara e bona, 
E dighe che co sona 
La bela ritirata, 
A eia penserò. 

Salùdeme l'amante, 
L' amante bela bela, 
E dighe elle a la sera 
Pensando a eia, a eia, 
Ne la caserma nera 
Per eia pianzerò. 

Il Quercia è anche un po' musicista. Nella sua pic- 
cola dimora ha una decrepita spinetta da' suoni stri- 
denti; e si diverte su que' logori tasti a canticchiare le 
proprie canzoncine, fra le quali una, dialogata, colà no- 
tissima. Una ragazza domanda all' amica chi le ablna 
dato il fior di lupinella, ch'ella porta in seno.... La ri- 
sposta è festiva e pronta: 

— Ninèla! Ninèla! Ninèla! 
Quel fior de lupinela, 
Chi mai te lo ga dà? 

— Me lo ga dà el me toso, 
El caro me moroso. 
Glie me voi tanto ben. 



64 ARTIGIANI POETI. 

— Ninèla! Ninèla! Ninòla! 
Pe '1 fior de lupinela, 
Cosa glie glielo dà? 

— Ah, glie go dà el me core, 
Tiito el me grande amore.... 
E un bel basili go dà. 

Un altro poeta colligiano, che viveva anche lui in 
una casetta rustica, oggi visitata dai curiosi sulle amene 
alture di Buti (Toscana), si chiamava Pietro Frediani, ed 
era pastore. 

Il Frediani imparò tutto da sé. Mentre sedeva sotto 
un albero alla custodia del gregge, leggeva Dante, 
r Ariosto e il Tasso. La Divina Commedia se la com- 
però a Pisa, nella bottega del Nistri. Quando ne richiese 
il libraio, questi, prendendolo al rozzo aspetto per uno 
zoticone, gli consegnò il volume a rovescio. 11 Frediani 
lo guardò fìsso un momento ; si fece dare penna, carta, 
calamaio, e lì, sul' banco, improvvisò un sonetto sati- 
rico all'indirizzo dello schernitore. 

11 Frediani aveva talento satirico. Il verso gli scatu- 
riva facile dalla penna, e limpido come i rigagnoli delle 
sue ridenti colline. Mori nel 1857 di ottantacinque anni, 
compianto da tutta Buti che lo volle seppellire in una 
cappella della chiesa principale, con una lapide laudativa. 

Fra le poesie migliori del Frediani, sì notano : Il te- 
stamento del Leccio, U asciugamento del lago di Sesto, 
La Geografia, In morte d' un cane. Napoleone I al- 
l' inferno. 



Il '^ parrucchiere del Mincio " 
e il " barbiere del Po. " 

Un tipo ameno è Antonio Casiglieri dì Mantova che 
si fa chiamare il « parrucchiere del Mincio. » Questo 



ARTIGIANI POETI. 65 

titolo egli lo unisce al nome nelle Rime sue, stampato 
a Mantova (due volumetti) presso i Fratelli Zoà, nel 1841. 
Egli, ne' versi, ci fa sempre vedere la professione del 
pettine, di cui è idolatra. È rapido, disinvolto ed alle- 
gro; un vero Figaro. Se la piglia colle brutte mode 
che non fanno più figurare in foggio artistiche le chiome 
delle signore, '^qW Addio alla toletta; carmi dedicati 
alla nobile signora contessa Eleonora Arrivabene (Man- 
tova, 1830), si eleva per un momento alla gravità del 
Parini. L' abbigliatolo d' una dama è descritto da lui 
non senza qualche eleganza: 

Per oggi ancora, in questo asil di Grazie, 
A' cenni miei ubbidienti stanno 
Ben cento Silfi alla toletta intente: 
A tal di Vanitade ara t' attendo, 
Nice gentil; deh vieni; ora t'avvolgi 
Nell'ampio lin cui all'eburneo collo 
Annoda lento cilestrino nastro: 
T' assidi, e lo scomposto onor del capo 
Alla mia destra, al mastro mio concedi 
Pettine industre, clie talor tuoi vezzi 
Rifulger fé' colla mirabil arte 
Che dalla Senna in questo suol recai: 
Feo plauso allora alle mie tante cure 
L' eletto stuolo delle Dive ocnee. 

Ecco di Francia e di Lamagna all' uopo 
Giornaletto gentil, miniate mode: 
Coir occhio indagator fra queste scegli, 
Per splender più 

llCasiglieri non dice bugie : allo scopo di ammaestrarsi 
sotto la guida de' principali parrucchieri-ai^tisti s' era 
infatti recato da Mantova a Parigi. Egli s'adirava contro 
gli enormi cappelli che, intorno al 1825, usavano le si- 
gnore, e sotto i quali le piìi opulenti capigliature scompa- 
rivano. Insomma, non era un mestierante; era un artista, 
D' ogni bel crin volubile architetto. 



06 ARTIGIANI POETI. 

Nel 1841, vennero in luco a Mantova i Versi di vario 
metro del barbiere del Po, Gaetano Bologna (tip. EI- 
mucci). Il Bologna in luogo di seguire le guise spensie- 
rate del Burchiello, sermoneggia. Nel sermone / fan- 
tastici, s' adira con clii per giuoco della fortuna levato, 
senza meriti, dalla polvere, non risponde al saluto di 

clii per destino avverso 

Nella mota a giacere è condannato. 

Sferza i saccenti che si danno aria di letterati, sferza 
i falsi poeti, che si corrucciano alle censure. 
Siccome pover' uom pel mal de' denti. 

Nel sermone Lo smargiasso, deride un « sere » vani- 
toso piovuto da Londra. E, poich'è credente, inneggia 
alla Sacra Eloquenza, e decanta la bellezza della Morie 
del giusto; ma con poca facilità di stile e con locuzioni 
affettate. 



A Parma e a Genova. — Due facchini. 

Due facchini, Carlo Malaspina di Parma e Giambat- 
tista Vigo di Genova, si fecero notare per ingegno na- 
turale poetico. « Il primo (lasciò scritto Giulio Carcano) 
è fllosofo e poeta ad un tempo : egli sortì dalla natura 
un' anima generosa, eletta, inspirata dalla virtù e dalla 
bellezza. Quando pubblicò i primi versi, nel 1834, non 
conosceva l' alfabeto che da soli cinque o sei anni ; e, 
contento della fatica, senza bisogno d' alcun mecenate, 
sostenta sé stesso e la famiglia colla forza delle proprie 
braccia : lessi eh' egli è giovine, vigoroso ancora, e che 
in lui la bellezza della persona è specchio d'un' anima 
candida e severa. » {Rivista Eurojiea, Milano, l*' seme- 
stre 1845.) 

Carlo Malaspina scrisse molto ; e fra altro un gior- 
nale, Il Facchino. Quando sotto INIaria Luigia, per ri- 



. ARTIGIANI POETI. G7 

parare da rigido inverno la povera gente, si eressero 
in Parma vasti scaldatoi, il cuore del popolano poeta ne 
fu tocco ed esalò la gratitudine in un' ode. Un'altra ode 
di lui, che mi son potuta procurare, indirizzata a Ma- 
ria Luigia, soccorritrice dei « poverelli infermi, » comin- 
cia co.sì : 

Quando i rigor di Borea 

Tempravi agli egri, o Donna, 

Queir alTetto spontaneo, 

Che d' ogni cor s' indonna 

Veggendo atto magnanimo, 

In me destossi col più forte ardor. 

Devoto a te, ina libero, 

L' inno mio primo alzai. 

Madre clemente e provvida 

Tue Iodi celebrai, 

Ed al carme veridico 

Eco fece di mille egri 1' amor. 
Or che a più bella ed utile 

Meta l' ingegno hai volto. 

Benigna al nuovo cantico 

Porgi, Luisa, ascolto; 

Dell' esultar de' miseri 

Candida voce si presenta a te. 

Grazie, pietosa, esclamano; 

Non cangia alma gentile: 

Per te solerti, assidue, 

Con dolce umano stile, 

Vcrran genti a soccorrerci 

Cui di mercede speme Iddio sol è. 

Le « solerti e assidue genti » alle quali solo Dio è 
compenso, erano le suore di carità, delle quali Maria 
Luigia si serviva per beneflcare gì' infermi di Parma. 

11 lacchino Giambattista Vigo, che la domenica gira 
le strade della nativa sua Genova, ben vestito come 



68 ARTIGIANI POETI. 

un signore, mentre, negli altri sei giorni della settimana, 
va curvo, sudando a goccioloni, sotto sacchi di carbone 
che lo annerano in modo da farlo rassomigliare a un dia- 
volo, è ben noto autore di poemi, di drammi, di liriche. 
La sua tragedia Stefania, che fu recitata a Genova, e 
rappresentata per più sere al popolare teatro Fossati 
di Milano, venne da lui composta nelle ore della notte, 
quando, affranto dalle fatiche, assordato dai frastuoni 
della città, dalle grida dei compagni di lavoro, ripa- 
rava nella propria cameretta illuminata appena da un 
lumicino, accanto a una vecchietta, sua madre ama- 
tissima. 

Il dolore lo aspreggiò presto. A sette anni, rimase 
solo al mondo, poiché i suoi genitori, infermi, langui- 
vano all'ospedale. Per carità lo accoglieva allora, nella 
propria bottega, un tornitore di corno e d'avorio. Poi 
se lo prese un beone manesco, e, per carità, venne piìi 
tardi accettato all' Albergo dei poveri dove, di sveglia- 
tissimo ingegno, apprese con prontezza a leggere e a 
scrivere. 

I libri lo innamoravano. Sentiva un'inesplicabile sma- 
nia di sapere e di comporre in dialetto e in lingua. Se 
nonché, nel 76, per isfamare sé e la madre, dovette an- 
darsene sulla banchina del porto di Genova e mendicare 
il lavoro più penoso ; ma non gli fu concesso, perchè 
un nuovo regolamento sui facchini escludeva coloro 
che non poteano depositare dugento lire alla tesoreria 
municipale oltre venticinque per gli attrezzi necessari 
air imbarco e al trasbordo delle merci ; ed egli non pos- 
sedeva la croce d' un quattrino. « Che giorni di tetro 
sgomento ! — scrive la signora Cesira Siciliani in un af- 
fettuoso articolo — Che ore di scoraggiante incertezza 
fra la vita e la morte ! Dove trovar lavoro ? Come gua- 
dagnar tanto da vivere ? Come poter sostenere la vec- 
chia madre? In quel frangente disperato non sa a chi 



ARTIGIANI POETI. 69 

rivolgei'si : non trova appoggio da nessuna parte ; onde 
languiva la mamma, e sentì egli stesso acuti gli sti- 
moli della fame.... Ridotto a quelle strette crudeli, agi- 
lato e concitato a quel modo, gli s' accende la fantasia 
e scrive i suoi primi versi.... L'ira contro la legge sul 
facchinaggio dà la stura alla sua vena poetica, e d' al- 
lora egli si sfoga a far versi. » 

I fratelli Pagano afndano a lui la compilazione d' un 
almanacco popolare in dialetto. 11 suo nome diventa per 
ciò alquanto famoso; ma alcuni negano ch'egli possa 
esser l'autore de' versi che girano col suo nome. Col- 
r almanacco guadagna miserie, e deve rivestire perciò 
il saio del facchino e curvarsi, come Papà Martin, sotto 
la gerla, sotto i sacchi di carbone che, per meschina 
mercede, porta di qua e di là, alle case di Genova. 
Tuttavia l' arte gli sorride sempre, la poesia lo seduce 
ancora. Pensa a un soggetto storico tragico, Stefania, 
la vendicatrice del proprio marito strangolato da Ot- 
tone III, e in quindici sere appronta i cinque atti. Sono 
atti di poche scene, brevissimi, di stampo alfieriano, 
un po' goffi, ma non del tutto intollerabili. Ricordo la 
sera che, al teatro Fossati di Milano, il Vigo chiamato 
dai battimani, si presentò alla ribalta : era pallido e 
confuso. 

Per quelle rappresentazioni egli buscò più lodi che 
quattrini. Pure continuò a scrivere per il teatro : lavorò 
un Dante Alighieri; un Alessandro il Macedone, e 
pensò uno Spartaco e un Enrico YIII re d' Inghilterra. 
Si rappresentarono a Genova il Dante e V Alessandro ; 
e furono applauditi. Una dama benefica promosse una 
sottoscrizione per la stampa dei versi italiani del Vigo, 
e riesci nel pietoso intento; un elegante volumetto, 
Cuor d'operaio, apparve presto alla luce con poesie 
di vario genere che, per un povero carbonaio, par- 
vero capi d' opera. Il Vigo continuò a portar sacchi, 

P. B. — 30. 5 



70 ARTIGIANI POETI. 

balle, a sudare, a patire ; ma due raggi benedetti 
lo consolarono e lo consolano ancora : sua madre e la 
poesia. 

Tre tipografi. — Un sellaio. — Un custode 
di sala anatomica, ed altri ancora. 

Un tipografo, Giovanni Pozzobon, nato a Treviso 
nel 1713, e morto nel 1788, spacciava ogni anno nien- 
temeno che ottantamila esemplari d' un suo almanacco 
poetico : El Schieson Trevisan, eh' ei seminava di ar- 
gute novellette e d' epigrammi in dialetto veneziano. 
Qualche suo scherzo poetico restò famoso : 

S' avea la t' un fiume una muger nega, (aunc'juta) 
El marìo, povarazzo. desparà, 

El r andava pescando atentamente 
A contraria de 1' acqua del torente. 

Ghe xe sta domanda: — Perchè cussi? — 
Lu ha risposto: — El perchè lo so ben mi. 

Viva, r ha sempre fato a la roversa, (tulio ai ro- 
Morta, no l'avara l'usanza persa; vesciu) 

Ond' è più facil che la trova in suso, 
Za che de contrariarme 1' avea l'uso.— 

Un tipografo autore di poesie vernacole era il pa- 
vese Giuseppe Bignami, che, nel 1840, mandava alla 
luce un almanacco con Un saggio di poesie pavesi, 
da lui composte. Sono versi d' occasione per nozze, 
brindisi alla salute degli amici, sonetti amorosi e qual- 
che satira come: Ai clonaet che critican al nostr parla. 
Ha il merito d' essere spontaneo e di scrivere in dia- 
letto pavese puro, e se ne vanta. 

Fonditore di caratteri e poeta è Antonio Maffl, mi- 
lanese. I suoi concittadini se ne innamorarono tanto 
che nel 1882 lo mandarono a legiferare in Parlamento 
dove siede tuttora fra' radicali e interpella i ministri, 



ARTIGIANI POETI. 71 

specialmente su gl'interessi operai. È un omino, an- 
cora giovane, basso di statura; né molto più alto mi 
pare il suo merito poetico. 

Mantova salutò un poeta anche in un sellaio: Anto- 
nio Tavani, il quale, prima di Leopoldo IMarenco, trattò 
Gli muori di Raffaello cV Urbino, in una commedia sto- 
rica. Egli compose dodici commedie, che furono rappre- 
sentate sulle scene mantovane, ed è pure autore di 
varie poesie eh' ebbero l'onore di veder la luce sui gior- 
nali della città dì Virgilio. 

Il Tommaseo, caloroso ricercatore di poesie popo- 
lari, cita un Giovannini, poeta contadino delle vici- 
nanze di Trento; ma le ricerche da me fatte per sa- 
perne qualche cosa di più finora tornarono vane. 

Calzolaio, in un villaggio della Carsia, era queir An- 
tonio Camelli, che, pochi anni sono, commosse Trieste 
colle sue prose e co' suoi versi, e diede accademie in 
parecchie altre città italiane. 

Giovanni Alberi, nativo di Siena, custode della sala 
anatomica di quell'Ospedale, diventò poeta fra i morti. 
Davanti ai cadaveri squartati, pensava e poetava. A 
proposito d' una preparazione anatomica, uscì in questi 
versi : *- 

Entro ctlifizio di mister profondo 
Miro dell'uomo la tessuta tela; 
Vi spazio col pensiero e mi confondo, 
Che in si gran poco un mondo intier si cela. 

L'Alberi avea lampi poetici; ma non riusciva a espri- 
mere sempre chiaro il suo pensiero ; è scorretto. Com- 
pose nel 48 versi a Roma, all'Italia; gli argomenti 
religiosi e fllosoflci furono la sua predilezione. Nella 
Raccolta (li poesie di Giovanni Alberi senese, illette- 
rato (Siena, Tip. dell' Ancora 1848) la Giustizia divina, 
il giudizio tinaie, l' illusione del mondo, 1' anima che 
non trova pace.... campeggiano. 



72 ARTIGIANI POETI. 

Da Siena, l'Alberi passò a Firenze, pensionato, per 
finire la veccliiaia vegeta e allegra; allegra, non ostante 
le migliaia e migliaia di cadaveri alla cui autopsia do- 
vette assistere. 



Gli ultimi cantastorie 
e gli ultimi improvvisatori. 

Abbiamo visto nella Grecia antica i rapsòdi, che an- 
davano cantando le geste eroiche nazionali ; abbiamo 
visto nel medio evo i trovatori che andavan cantando 
d'amore e di politica. Ai trovatori, che rappresentavano 
una specie di aristocrazia dell' arte poetica, facevano 
riscontro i « giullari, » cantori del volgo, rappresen- 
tanti, diremmo, la democrazia del canto, e che perciò 
avevano il plauso del popolino. 

Le loro tradizioni non si estinsero ; la loro razza 
non è finita. Anche ai nostri tempi abbiamo cantastorie 
che rassomigliano ai rapsòdi del tempo antico e ai giul- 
lari dell' evo medio. 

Già Plutarco ricorda un antico cantastorie : Licone 
da Scarfea. Il latino Svetonio rammenta Marco Nestore 
Pantomimo, altro cantastorie. Erano pure cantastorie 
ai tempi romani un Laberio e un Asello Sabino. 

Molto più tardi, Siena, la graziosa città medioevale, 
era nido de' cantastorie. I cronisti ci dicono i nomi d'un 
Bastiano di Francesco linaiuolo senese, e di Pierantonio 
dello Stricche Legacci pur senese, autore, quest' ultimo, 
di capitoli a dialogo battezzati « Egloghe pastorali. » 

A' nostri giorni, troviamo caratteristici cantastorie 
nelle città marittime; Napoli, Messina, Venezia, Chiog- 
gia.... 

Perchè nelle città di mare vivano codesti narratori 
di favole romanzesche è facile capirlo. I marinai, ar- 



ARTIGIANI POETI. 73 

rivati in porto, dopo giorni e mesi ed anni di naviga- 
zione, amano ascoltare le avventure altrui, non meno 
fortunose delle proprie ; le ascoltano volentieri dalla 
bocca dei narratori di professione, tanto piìi eh' essi, 
quasi tutti, non sapendo leggere, non possono appren- 
derle da sé sui poemi cavallereschi e sui romanzi ca- 
vallereschi medioevali, come / Reali di Francia e il 
Guerrin Meschino, fortunatissimi libri che fecero pal- 
pitare tanti cuori ingenui e che tuttora si vanno ristam- 
pando a migliaia e migliaia di copie. D' altra parte, nel 
popolino, come nei bambini, l' istinto del favoloso, del 
meraviglioso è forte ; e i poemi e i romanzi cavallere- 
schi ne son pieni e lo alimentano. 

A Napoli, prima del 1837, si udivano sulla via del 
Pillerò parecchi cantastorie detti Rinaldi , dall' eroe 
Rinaldo, di cui riferivano le imprese a un pubblico di 
attenti ascoltatori. Verso queir anno, la via del Pillerò 
fu rifatta, e i cantastorie cambiarono luogo. Ai giorni 
nostri, a Napoli, i Rinaldi si ridussero a tre : uno sul 
Molo, verso la Lanterna, — un altro presso il Car- 
mine, — il terzo fuori di Porta Capuana. In quello del 
Molo, si ravvisò il più vecchio e, forse perciò, il più 
stretto alle tradizioni di generazioni infinite di canta- 
storie, da cui discende: il suo nome è Cosimo Salvatore. 

Codesti cantastorie, ogni giorno, due ore prima del 
tramonto (e nella domenica due volte, prima di mezzodì 
e verso sera), leggono o recitano a memoria poemi o 
storie romanzesche a un uditorio compósto di soli uo- 
mini, che li ascoltano rosicchiando qualche mela. Essi 
stanno in piedi, e col passo, col gesto, accompagnano 
le fasi drammatiche del loro epico racconto : duelli, 
assalti, eorse.... Vi ricorderete come i rapsòdi greci, 
cantando, tenessero in una mano, come scettro, un 
bastone d' alloro ; ebbene, questi loro tardi discendenti 
di migliaia d' anni stringono pure un bastoncello. 



74 ARTIGIANI POETI. 

Quando nell' aprile del 1882 mi recai al Molo di Na- 
poli per sentire il cantastorie, lo trovai con un logoro 
libro in mano cui leggeva in tono acuto a una siepe di 
marinai, di lazzaroni : il libro era un romanzo inedito 
(a quanto seppi di poi) d' un vecchio marinaio, Andrea 
Auriemmo Esposito, che mori cieco nello stabilimento 
di San Giuseppe a Lucia, a Ghiaia, verso il 1848. Egli 
passa per il rifacitore di parecchie opere cavalleresche ; 
per esempio, trascrisse in versi il famosissimo Guerrin 
Meschino. Le sue opere non furono mai stampate, ma 
entrarono manoscritte nelle biblioteche dei cantastorie, 
i quali se ne servono tuttora a diletto speciale di coloro 
che conobbero, molti anni or sono, il povero cieco. 

Fin verso il 1876, a Venezia, nel quartiere popolare 
di Castello, udivo un altro cantastorie, intorno al quale 
alle ore quattro dopo il pomeriggio, facevano corona 
gli operai che uscivano, tutti insieme, secondo l' ora- 
rio, dall' Arsenale. Era un vecchio alto, asciutto, senza 
un pelo di barba; sedeva in un luogo eminente, per 
esempio sopra un'altura dei pubblici giardini che si 
estendono in quella contrada verso la laguna: gli ope- 
rai stavano ad ascoltarlo con attenzione religiosa : e 
intanto rosicchiavano dei brustolini (semi di zucca cotti 
nel forno), avendo cura di tener lontani i ragazzi cu- 
riosi. Nessuna donna si avvicinava al mascolino cena- 
colo. Il narratore, con certe cadenze e in tono acuto 
(precisamente come il Rinaldo del Molo), recitava a 
memoria l'Orlando innamorato di Matteo Maria Boiardo, 
che avrà ripetuto forse, in sua vita, centinaia di volte. 
Non teneva in mano alcun bastoncino. 

A Ghioggia, abitata quasi tutta da poveri pescatori, i 
cantastorie leggono magari nel fondo dei bragozzi, quan- 
do queste pittoresche barche veliere tornate dalla pesca 
nel golfo e nel litorale adriatico si fermano in quel porto. 
Attentissimi li stanno ascoltando i pescatori: non fiatano. 



ARTIGIANI POETI. 75 

A Messina, intorno alla statua del Nettuno, si ve- 
dono due cantastorie vecchierelli, dalla barba grigia. 
Stanno seduti su certe travi accatastate, non hanno ba- 
stoncello, e, senza aiuto di libri, recitano le imprese ca- 
valleresche con gesti spettacolosi. L'uditorio è sempre 
alquanto numeroso. L' ora della recitazione è sempre 
quella : prima del tramonto. I due vecchierelli vivono 
in buon accordo ; si alternano nelle epiche funzioni, e 
si spartiscono fraternamente i guadagni che raccolgono. 

Uno degli ultimi giullari fu Sior Tonin Bonagrazia. 
Lo si vedeva girare per le vie di Venezia ancora un 
trent' anni fa. Era un tipo amenissimo, dicitore inesau- 
ribile. Vestiva come i lustrissiml veneti del settecento; 
era carico tutte le dieci dita di grossi anelli d'ottone, 
con pietre false incastonate ; dal panciotto gli pende- 
vano catenelle, ciondoli, gingilli in quantità. Tenendo 
sempre un dito mignolo in bocca, sorrideva ai passanti 
che, sulle strade, da quel sorriso invitati, s' affollavano 
intorno a lui, e a' suoi lazzi, alle sue storielle, alle sue 
poesie improvvisate, si divertivano non si sa quanto. 
Uno fra' suoi tanti racconti detti un giorno, fu questo : 

Che gèra un mano, infuria còla mugèr. Lu la voleva scanàr. 
Pianti, zighi (strilli) de eia.... Ociae de fogo de Hi.... Cessa 
falò?... El tase; el core in cusina; el ciapa (afferra) un corte- 
lazzo longo longo cussi e ben afilà: e, oh Dio!... cessa mai 
nasse?... Cessa xe?... — Gnente, crature. — El tagia do fète de 
pan; el se fa el pan in brodo. 

Ma uno spirito comico più pronto, piìi felice di Sior 
Tonin Bonagrazia fu un marionettista veneziano, certo 
Reccardini, che durante l'occupazione austriaca tramu- 
tava le sue ammirate marionette in altrettanti piccoli 
cospiratori.... Non esagero. I dialoghi delle sue com- 
medie a soggetto erano così coraggiosamente mordaci 
contro l'Imperatore d'Austria e contro la polizia au- 
striaca, che più volte fu minacciato dai poliziotti e 



76 ARTIGIANI POETI, 

messo in carcero. Egli era uno spirito comico profondo; 
creò una maschera nuova, caratteristica, « Facanapa, » 
in cui vedesi rappresentato il popolo erede delle gran- 
dezze defunte della Repubblica, fisicamente degenerato; 
nano, fiacco, indolente, ma non sempre scemo; espri- 
meva allusioni politiche argute. 

A Milano, e nelle campagne lombarde, sono notis- 
simi al popolino i cosi detti torololcla, improvvisatori 
cenciosi che si cacciano allegri nelle taverne e nelle 
case rustiche, e là, dopo aver tratto rapidamente con 
un rozzo arco un paio di fron-fron da una corda di 
violino tesa su una zucca vuota e bucata, si mettono, 
o in dialetto o in un italiano spropositato, a declamarne 
di cotte e di crude ora a questa ragazza, ora a quella, 
ora a un soldato, ora all'oste, a tutti, in somma, in cui 
s' imbattono. Declamano, s' intende, in rima : spesso si 
ripetono, il che prova che posseggono un repertorio 
proprio. Quel fron-fron, fatto prima dell' improvvisa- 
zione, ricorda in qualche modo i preludi dei rapsòdi 
della Grecia antica, e i cantori vaganti della Serbia 
che troveremo più innanzi. 

Nel Friuli si ripetono dai contadini e dai montanari 
vilote stupende che possono esser poste a paro coi 
canti toscani più belli : e, poesia e musica, son opera di 
que' pastori e indefessi lavoratori della gleba. Il pro- 
fessore Angelo Arboit, nel proemio della sua preziosa 
raccolta delle Yillotte Friulane, ci dà questi interes- 
santi particolari : 

« La festa, dopo i vespri, s' incontrano qua e colà 
pel Friuli brigatene di ragazze che, tenendosi per mano, 
escono dal villaggio, vanno ad assidersi intorno il poz- 
zo, presso la fontana, o sotto il tiglio tradizionale, per 
atìiatarsi e comporre insieme delle « villette » che sa- 
ranno amorose o satiriche, secondo che spira il vento 
della giornata. Alla nascita della piccola canzone pre- 



ARTIGIANI POETI. 77 

siede ordinariamente la musa dell' armonia che, bacian- 
dola in fronte, le dà la benvenuta, le impenna le ali, 
e la manda via cantando per l' aria. — Né i giovanotti, 
fatti segno all' amore o al motteggio, vogliono mo- 
strarsi da meno dello fanciulle ed essere tenuti privi 
d' ingegno. Nella dobe stagione, quando gli animi più 
ad amare si riconsigliano, essi vanno a far l' m/iorato, 
dinanzi la casa delle loro belle; e dopo aver profuso a 
larga mano entro al loro cortile foglie e flori, che de- 
vono aver per esse un linguaggio, si fanno a gruppi, 
e s' aitano 1' un l' altro a crear la « villetta » che ne 
ricordi i pregi, o vada ad esse, che sogguardano an- 
siose dai semichiusi balconi, messaggera di amore. » 

Continua l'Arboit che la creazione delle « villette» 
si fa pure d'inverno nelle chiuse stalle a veglia; il che 
si avvera anche in Toscana. Ivi s' alternano canti con 
canti ; e spesso avviene che s' impegnino tra ragazzi e 
fanciulle delle gare poetiche e melodiche da disgra- 
darne gli orfei del mestiere. Proprio, adunque, come 
in antico, fra i pastori di Teocrito! 

Le « villette » sono tutte di quattro ottonari ciascuna: 

Oh Qe biel Iiisor di lune 
Che '1 Signor nus à mandàt.... 
A btassà fantatis biellis 
No l'è frègul di pecciàt. 
(Oh, che bel cliiaror di luna — Il Signoro ci ha mandato.-... 
A baciar ragazze belle — Non e' è briciol di peccato.) 
Se savessis, fantaccinis, 
Ce che son sospirs d'amor!... 
E' si mùv, si va sottièrre, 
E ancemò si sint dolor! 

E cosi via via. — Se dovessimo parlare degli improv- 
visatori romaneschi da un pezzo celebrati, e di quelli 
d'altre immaginose provinole meridionali, dovremmo 
forse riempire un volume. Accenniamo solo agl'improv- 



78 ARTIGIANI POETI. 

visatori che anclie oggi si trovano fra i pastori sardi. 
Salvatore Farina, sardo, nel delizioso romanzo Amore 
ha cent' occhi, riporta dal vero una sfida poetica, che 
risponde a quelle degli antichi pastori del più volte ci- 
tato poeta greco di Siracusa, Teocrito- Debbo, con di- 
spiacere, riassumere la graziosa scena, sciupandola : 

Siamo in campagna. In un cortile sta ammucchiata 
la lana della recente tosatura. Le donne vanno ad ac- 
cosciarsi in circolo, e i giovani seguono l' esempio. Si- 
lenzio ! si grida. E tutti fanno silenzio. Un pastore co- 
mincia ad apostrofare qualcuno : 

Chi vali chi fi ni coi 

Chi lu nechi a boci alta? 

L' occhi toi so li proi, 

In r amori non v' ha falta, 

E' macchini hi nicalhi 

E pejiu è lu cualhi.... 
(Che vale che lu lo nasconda e lo neghi ad alta voce? Sono 
gli occhi tuoi le prove: nell' amore non v" ha inganno; è pazzia 
negarlo; peggio è nasconderlo.) 

Una voce femminile sorge subito a protestare : 

No so Tocchi, no, li proi 
Di lu chi passa in lu cori.... 
(Non sono gli occhi, no, le prove di quanto passa nel cuore....) 
Un piccolo pastore, di nome Gianmartino, che strin- 
ge fra le dita una rosellina selvatica, voltando il capo 
con una moina, non priva di grazia, verso una ragaz- 
za, jN'icoletta, le dice : 

Non ti dimandu amori, 
Mancu ti cilcu affettu, 
Socn bè chi lu tò pettu 
E' di nii, ma no ha cori, 
Lassa solu chi m'ajiaccia 
Fijulendi la tò faccia.... 
(Non ti chiedo amore, e nemmeno affetto:. so bene che il 



ARTIGIANI POETI. 79 

tuo petto è di neve, ma non ha cuore; lascia solo che mi ag- 
ghiacci rimirando la tua faccia....) 

Ma r audace ha la risposta che si merita ; l' ha dal 
padre della ragazza, perchè la ragazza non sa poetare: 

Sai chi no ajiu cori; 

E comu la mò faccia 

Di nii ajiu lu pettn; 

No pò scaldi la jiaccia, 

Ne eu prua affettn.... 

E sei infatti! a tutti l'ori?... 
(Sai che non ho cuore; che come ho la faccia, così ho il 
petto di neve; che il ghiaccio non può scaldare né io provare 
affetto.... perchè mi stai ai panni a tutte l'ore?... 

La risposta va a segno : Gianmartino ne resta sgo- 
minato. Pur vuole rispondere qualche cosa, lo deve.... 
Ma r estro, stavolta, gli è ribeile. Allora, interviene un 
pastore che chiama a sé 1' attenzione con un gesto, e 
tronca il litigio rivolgendosi con accento persuasivo 
prima alla ragazza indocile, poi al pastorello ardito. 
E dice a Nicoletta : 

Pai te, bedda, labbri di vetta, 
Era natu Giommaltinu. 

E al pastore : 

Pesatinni, altu pinu, 
E basciadi a Niculetta.... 
(Per te, bella, dai labbri di fettuccia, era nato Gianma«'- 
tino: e tu, alto pino, levati e baciati Nicoletta....) 

Gianmartino non se lo fa dire due volte : con un 
balzo da capriuolo è in piedi ; ma anche Nicoletta è 
pronta a rizzarsi.... 

Ella, per altro, non vuole arrendersi del tutto. Gian- 
martino spicca un salto, e ruba il bacio. 



80 ARTIGIANI POETI. 

Carmine Papa, zappatore. 

Cefalù, in Sicilia, sledo sopra uno scoglio laiiiìjito dal 
mare Tirreno, ed ha alle spalle una roccia di forme 
fantastiche. Il suo territorio è popolato di poveri pe- 
scatori e di contadini; è tutto alture ondeggianti, dalle 
quali scendono argentee le cascatene; è tutto uliveti 
e vigne, frassini e castagni. Lungo la spiaggia azzurra 
si dilatano filari di orti e aranceti. Fra i colli più alti, 
signoreggia un santuario di nome arabo: Gibilmanna. 
Ha gli avanzi d' un' acropoli e una cattedrale nor- 
manna. 

In questa città, vive un lindo vecchietto, zappatore, 
del quale il municipio di Cefalù pubblicò a proprie spese 
le poesie in dialetto siciliano: è Carmine Papa. 

Questo poeta dei campi nacque il 12 giugno 1806 in 
una casupola. Fanciullo, non volle andare a scuola, 
come lo persuadeva la madre, Concetta Liberto, e im- 
parò solo a leggere e a scrivere a ventott' anni, quando 
già dalla sua fantasia scaturivano lluide. strofe sici- 
liane. Per vivacchiare, cominciò presso un muratore a 
portar tegole sulle spalle; se ne stancò, e si mise a 
fare il servitorello. Si stancò anche di questo mestiere, 
e corse alla luce aperta, al mar Tirreno, e divenne 
pescatore. La madre sua sapeva a memoria molte an- 
tiche canzoncine siciliane e le andava recitando al 
figlio che ne prese vaghezza, e cominciò a comporne 
anche lui. La sua prima canzone fu satirica, sopra una 
vecchia che, vedova a sessant' anni, avea la frega di 
rimaritarsi. Le comari entusiaste lo proclamarono un 
portento. Intanto, egli attendeva alla pesca delle ac- 
ciughe, vogando coi pescatori del litorale, ma, per- 
suaso del proverbio loda il mare e tienti alla terra, 
lasciò le reti per la marra, e si mutò in zappatore. 



ARTIGIANI POETI, 81 

Nel 1842, r Università di Palermo lo nominò perito di 
campagna; ma egli non lasciò per questo la zappa. La 
sua scuola principale fu la chiesa ; i suoi maestri, i 
predicatori. Nessuna meraviglia, adunque, se i misteri 
della religione cristiana sono talvolta da lui cantati. 
Egli trattò in versi le quattro stagioni, e le annate co- 
piose di uva (in cui senti V agricoltore), le gabelle da- 
ziarie, i giocatori del lotto, la moda di tu sclgnò. Gli 
avvenimenti politici lo ispirarono. Cantò l' Italia, la 
guerra del 70 fra la Prussia e la Francia, lo Statuto, 
la morte di Vittorio Emanuele, e V attentato di Passa- 
nante, il sesto centenario dei Vespri siciliani.... E cantò 
anche la sua zappa.... Ma il più caro dei suoi canti è 
quello per la morte della madre, eh' egli adorava con 
culto esemplare. Dopo aver egli detto clie 

L'amiu'i di li iriatri è cosa immenza, 

ed esaltati gli eroici sacrifìci a cui le madri sottostanno 
volentieri per amor de' Agli, aggiunge : 

Ogni stizza di latti, ogni sucuni {sorso) 
È saiigu chi coi scinni di lu cori; 

e finisce coli' immagine del mele paragonato alla te- 
nerezza materna. 

Lo zappatore di Cefalù non scrive mai uno de' versi 
che compone. Quando qualche argomento gli ferisce la 
fantasia, aggrotta le ciglia, si concentra, s' intiamma, 
e prorompe in versi e in rime ; li ripete, li corregge, 
talora li modifica, e li stampa perenni nella memoria. 
Così la sua memoria è un archivio di tutt' i versi com- 
posti dal 1820 al 1883. Pregato, li dettò al prof. Rosa- 
rio Maranto: il prof. Cristoforo Grisanti li riordinò, e, 
come ho detto, il municipio di Cefalù, per onorare il 
bravo e buon zappatore, li pubblicò in due libretti 
nel 1880 e nel 1883. Sono quasi tutti in ottave sici- 
liane. L' ottava siciliana è formata di otto endecasil- 



82 ARTIGIANI POETI. 

labi, de' quali il primo verso è rimato col terzo, col 
quinto, col settimo; e il secondo verso è rimato col 
quarto, col sesto e coli' ottavo. 

Carmine Papa è amatissimo, perchè non solo è ricco 
d' arguzie e ricorda infinite storie e storielle siciliane ; 
ma anche perchè è vivo esempio di vita laboriosa, in- 
tegra, di nobili sentimenti. Per mantenere la madre 
vecchierella e starle accanto, non volle ammogliarsi. 
Ciò rivela il suo cuore. 

Carmine è di media statura, asciutto, arzillo, ha oc- 
chi cilestrini, vivaci. In città, veste giacca e calzoni di 
velluto nero, panciotto abbottonato fino al collo, e porta 
il berretto siciliano di lana nera pendente, con un flocco, 
verso l'orecchio destro. L'ottuagenario poeta tiene an- 
cora in serbo, impresse nella meravigliosa memoria, 
altre rime.... Ci auguriamo di leggerle presto, come ci 
auguriamo di salutar centenario il poeta di Cefalù. 



Giuseppe Rizzotto. 

L'autore delle applauditissime scene I Mafiusi, Giu- 
seppe Rizzotto di Palermo, non scrisse versi, non ne scri- 
ve ; ma sarebbe imperdonabile non accennare a lui e al 
suo originale lavoro, eh' è il più bello fra quanti in prosa 
e in verso abbiano mai prodotto in Italia i popolani. 

Giuseppe Rizzotto (che, adesso, è nel meglio della 
virilità, — alto, dal largo petto robustissimo come un 
atleta) è Aglio dei quartieri più popolari di Palermo, 
di quella fangosa Albergheria, di quei cortili dal sel- 
ciato ondulato, sconnesso, luogo già di ritrovo dei ma- 
fiosi famigerati. Alcuni di codesti temuti ribaldi, stretti 
in ivna compatta e vasta associazione (il cui capo su- 
premo risiedeva in qualche bagno penale), avevan l'in- 
carico, dai proprietari di botteghe che li pagavano, di 



ARTIGIANI POETI. 83 

sostituirsi alla insuftìciente polizia g di far la guardia 
notturna ai negozi. 

Il Rizzotto li seguiva; ascoltava i loro discorsi. Si 
mescolava a loro nelle tane d' acquavitai aperte tutta 
la notte e, là, udiva certe scene avvenute fra' niatìosi 
nelle carceri della « Vicaria » da far rizzare i capelli.' 

Il giovane vagabondo frequentava pure con passione 
il palcoscenico dei teatri prediletti dal popolino, e, fra 
le quinte, in mezzo ai macchinisti, alle comparse, guar- 
clie e popolo, assisteva alle rappresentazioni. 

I racconti dei maliosi e i drammi della scena si amal- 
gamavano nel suo cervello avido di forti impressioni, 
mentre una voglia irresistibile lo spingeva a imbastir 
dialoghi su dialoghi e a rappresentare qualche cosa egli 
stesso, di suo capo. Ed ecco, pensa mettere a nudo la 
piaga sociale della mafia che ormai conosceva, e, senza 
saper quasi tener la penna in mano, s'improvvisa au- 
tore drammatico. 

Cominciò a scrivere nell'agosto del 1862, e in pochi 
giorni terminò / mafiusi della Vicaria, due atti senza 
donne, come il Bruto dell'Alfleri, i quali, tuttoché lunghi, 
li ascoltate senza batter palpebra, tanto v'interessano. 
11 Rizzotto aggiunse più tardi un prologo, eh' è buono, 
e un epilogo, eh' è cattivo, infarinato d'una morale pre- 
dicatoria fastidiosa. 

Premiato con mezzo migliaio di lire dal sindaco di 
Palermo, compose altre commedie : la Passatella, la 
Fremiazione, Y Osteria, il Progresso, piantando, senza 
accorgersene, un teatro popolare siciliano, tutto pitture 
vivissime di costumi, cosi differenti dai nostri, e sem- 
plice d' una semplicità quasi primitiva. 

L'argomento fondamentale dei quattro atti à.e\ Ma- 
fmsi è presto raccontato: 

Mastro Gioachino Funciazza, calzolaio, supponendo 
che un tale sia amante della moglie, lo provoca e lo 



84 ARTIGIANI POETI. 

ammazza. Mastro Gioacliìno ò condannato all' ergastolo, 
dovo, soverchiando tutti gli altri condannati, per la sua 
Ibr/a lisica, per la voce imperiosa, per un fàscino a cui 
niuno può sottrarsi, diventa capo matioso onnipotente. 
Scontata la pena, ritorna al mestiere e diventa operaio 
onesto. Questo è il succinto. 

Mastro Gioachino è un tipo nuovo sul teatro. A mo- 
menti ci sembra di ravvisare in lui qualche figura dei 
Masnadieri di Federigo Schiller ; ma è una falsa ras- 
somiglianza. Egli è il re dell' ergastolo. A un suo cenno, 
tutti i condannati, anche i più feroci che 1' attorniano 
nel camerone ov' è rinchiuso, vanno via mogi mogi, come 
in un serraglio di belve domate sotto lo scudiscio del do- 
matore. Egli non inferocisce con tutti: pi^otegge, ad 
esempio, 1 deboli dalla prepotenza crudele, come un certo 
Pasquale, buon pastricciano, docilissimo. 

I due atti dei Maflusi della Yicaria, che son ca- 
polavori del nuovo genere osato dal Rizzotto, conten- 
gono scene truci. Tra queste, va notata quella dell'atto 
primo, quando i mafiosi, non volendo più mordere 11 
freno e ribellatisi al loro capo fanno lampeggiare i col- 
telli, che tenevan celati, e stanno per iscannarlo come 
un cane. Ne nasce un tafferuglio infernale ; ma la tu- 
multuosa tragedia si muta in un lampo in placidissima 
commedia : chiamati dal frastuono, i carcerieri e le 
guardie accorrono colle armi in pugno ; ed ecco, al loro 
appressarsi, tutti i maliosi, già furibondi, con lestezza 
da gatto, nascondono i coltelli nelle maniche della ca- 
micia, atteggiano il viso a beatitudine serafica e, colle 
braccia levate, si mettono a ballare insieme, e a can- 
terellare, come tanti fratelli amorevoli. 

Là, in quella caverna di facinorosi, un coltello è sem- 
pre il benvenuto. Averne uno è possedere un tesoro. 
Fra le scene tipiche, e' è anche quella d' un nuovo in- 
quilino della Vicaria, il quale, appena giunto in carcere, 



ARTIGIANI POETI. 85 

trova un alììlato coltello dentro un lungo pane manda- 
togli, da' suoi di casa : quel pane è hv pistuluni cu 
la' daiDuo i' dintra. V ebbrezza che lo coglie nello 
scoprirlo spezzando il pane, è inenaxTabile. Egli scatta 
in piedi ; ed emette un urlo selvati,co : egli non è più 
solo, ha trovato un amico. 

Un ragazzo, xxn picciotto, anche lui rinchiuso, è fatto 
segno agli scherzi atroci di mastro Gioachino, il quale 
lo stuzzica col breve bastone del comando che tiene in 
pugno (è il suo scettro), e lo colpisce, lo tormenta : e il 
picciotto, si rifugia spaurito, dolorando, in un angolo del 
camerone e si raggricchia come un serpente, e piange 
rabbioso, e prega e strilla: Mi voli lassavi iri?... \\ pic- 
ciotto alla fine è lasciato in pace ; e allora corre al lato 
opposto, va a sedersi sul pavimento e si mette a dise- 
gnare tranquillo con un pezzo di carbone sull'impiantito. 

" Oh, com' è bravo questo ragazzo ! " esclama sotto 
voce e beffardo il capo. " Che cosa disegni, ehi ! ra- 
gazzo? " — E quegli : " La forca." 

Le spie, colà, non respirano un' ora sola. Un certo 
figuro, detto ?t cavalieri, è minacciato di morte perchè 
è una spia. I guardiani se n' accorgono e lo trasferiscono 
in un altro camerone. Ma la precauzione è inutile : vola 
una voce, un segnale, ed ecco ii cavalieri cade mortal- 
mente ferito. Nella cappella dell'ergastolo suona la cam- 
pana dell'agonia: s'ode il campanello del viatico recato 
al moribondo ; e gli assassini si scoprono allora il capo, 
silenziosi, compunti : s' inginocchiano, e pregano con 
divozione pace a queir anima. Cosi il bigotto re Luigi XI 
nella tragedia dello stesso nome del Delavigne, dopo 
d' aver commesse tante crudeltà, si scopre il capo al 
suono dell' avemaria, si inchina e prega : così il fiero 
Otello di Shakespeare non vuol che Desdemona muoia 
per sua mano soffocata, senza eh' ella abbia recitate le 
orazioni consuete della sera. 

P. B. — 30. 6 



86 ARTIGIANI POETI. 

11 Rlzzotto, non contento d'avere scritto un dramma 
potente accanto al quale le scene siciliane Cavalleria 
rusticana di Giovanni Verga perdono un po' della loro 
ammirata originalità, — non contento di dirigere le 
rappresentazioni sul teatro delle proprie opere dram- 
matiche, volle sostenere la parte del protagonista, e 
riuscì attore eccellente. Semplicissimo, sobrio dicitore, 
egli ottiene colla naturalezza effetti che certi attori 
tanto boriosi quanto mediocri si sforzano invano di rag- 
giungere colle contorsioni del corpo, collo stralunare 
gli occhi, coi gridi ferini. La sua maestosa figura, la 
sua voce sonora, squillante, il suo largo gesto lo fanno 
rassomigliare a uno de' nostri attori tragici più glo- 
riosi, a Tommaso Salvini. 

In ogni teatro, il Rizzotto suscita entusiasmo e come 
autore e come attore. Ma i trionfi non lo cambiano: egli 
è sempre il popolano franco, cordiale nella sua rozzezza. 
Anche oggi è press' a poco inculto come quando prati- 
cava i mafiosi; ma è sempre ricco di sentimento ar- 
tistico. 



Il gondoliere dantofilo. 

È impossibile cliiudere la schiera degli artigiani 
poeti senza toccare d' un gondoliei-e interprete di Dante. 
Questo tipo simpatico di popolano è tuttora vivo, vivis- 
simo a Venezia : è Antonio Maschio. 

La storia di lui è curiosa: la riferisco come da lui 
mi fu raccontata. Nel 25 settembre 1825 il Maschio na- 
sceva nella più celebre isola della laguna veneziana, a 
Murano, che si onora d' una antica dinastia di meravi- 
gliosi vetrai, i cui discendenti lavorano anche adesso, 
in quelle foi^naci, sia l'ampolla gigantesca, sia la fiala 
fragilissima a mille colori, o la piuma volubile di vetro 
filato. 



ARTIGIANI POETI. 87 

I genitori del Maschio tenevano a Murano una bot- 
teguccia dove vendevano farina gialla e fagiuoli ; e il 
piccolo Antonio, ne' suoi primi anni, attendeva, di giorno, 
allo studio nella scuola elementare d' un prete, e, la 
sera, stava accovacciato in un angolo del negozio. Ap- 
pena s'accorse di poter scrivere almeno il proprio 
nome, non voile andar più a scuola ; volle essere un 
indipendente e piccolo mercante. Comperava e ven- 
deva grani e vetri, e, nei ritagli di tempo, attendeva 
alla bottega dei genitori. Avendo il padre comperata 
la libreria d' un vecchio prete defunto, Antonio fu in- 
caricato di squadernare que' volumi per approntarne 
i fogli necessari alla vendita a minuto della bottega, 
li Maschio tagliava a più potere libri e fascicoli ; ma 
non lasciava di gettarvi su un' occhiata. Una volta 
vide certe righe curie (com' egli dice), che parlavano 
di diavoli. 

"To'!" esclamò. "Che cosa mai può essere?" 

Si provò a leggere, ma non capì niente. Si mise 
quel brano di libro in tasca, e andò dililato da un pa- 
rente che pizzicava di letterato. 

" Cos' è questo? " gli chiese: 

Quella specie d'uomo di lettere muranese inforcò lento 
sul naso gli occhiali, e, ponendosi con certa prosopopea 
quei fogli a una rispettosa distanza, rispose secco : 

" È la Bivina Commerlia. " 

" Dove si parla di demoni! ? " 

"Sicuro. È il poema di Dante." — 

" Dante ! " pensò il Maschio. E da quel momento quel 
nome misterioso cominciò a turbarlo. 

Lasciate le piccole speculazioni vetrarie, si fece 
gondoliere, e andò a Venezia. Comperò, intanto, una 
Bivina Commedia senza commento, e cominciò a leg- 
gerla, ma non capì nulla. Le rime per altro lo alletta- 
vano. Per ciò si pose a rileggere finché imparò a me- 



00 ARTIGIANI POETI. 

moria interi squarci. Mentre concluceva la gondola pei 
canali di Venezia, masticava qua' versi strani, cercando 
di commentarli a modo suo, e, di prova in prova, un 
po' un giorno, un po' l' altro, riusci a interpretare tutto 
il poema. — 

Nel 1865, Firenze celebrava il sesto centenario di 
Dante, e il nostro gondoliere era smanioso di assistervi. 
Ma come fare ? Non aveva un soldo. E poi voleva forse 
commentare colà l' Alighieri, e commentarlo a modo 
suo, egli, popolano ed incolto, mentre tanti illustri let- 
terati lo commentavano a modo loro? 

Gli brillò un raggio di fortuna. Alcuni ricchi ve- 
neziani gli regalarono il denaro per il viaggio, lo vesti- 
rono nel costume dei gondolieri veneziani del trecento, 
con calzoni corti, scarpette e berretto ricamato, giublja 
variopinta e una sciarpa a fiori intorno alla vita : lo rac- 
comandarono ad alcune primarie famiglie di Firenze, e gli 
dissero: va! — Il gondoliere si pose vispo e allegro in viag- 
gio. Aveva chiesto il passaporto alla polizia austriaca; 
ma tardando questa a rilasciarglielo, egli, impaziente, si 
mise in cammino a piedi, costeggiando il mare, Cam- 
mina cammina, giorno e notte. Giunto verso Comacchio, 
cerca una barca per passare il Po. In quella triste so- 
litudine, non ne vede alcuna : e si butta nel fiume con 
tutt' i denari e le valigie, e nuota ; ma, quand' è nel 
mezzo del Po, gli mancano le forze e il peso del carico 
lo trascina a fondo. Allora si libera del carico, e ritorna 
a galla, nuota di nuovo affannoso, e a stento giunge alla 
riva. Rifinito per gli sforzi fatti, s' abbandona sulla sab- 
bia come morto, e prorompe in uno scoppio di pianto. 
Egli aveva perduto tutto : non poteva più ritornare a 
Venezia, né andarsene a Firenze. Il sogno per tanto 
tempo accarezzato si spezzava d' un tratto. " E a chi 
rivolgersi adesso ? " si domandava. " Quei buoni signori 
che mi fornirono i denari per il viaggio, crederanno 



ARTIGIANI POETI. 89 

alla mia disgrazia?... Clii viene in mio aiuto?... Ahimè!... 
Qui non e' è anima viva ! " 

Un capitano di cavalleria, che passava per di là, lo 
raccolse, lo raccomandò al sindaco del comune più vi- 
cino ; ma quel sindaco non amava i poeti, e disse brusco 
al gondoliere: " Voi non avete denari, non vesti, niente: 
vi mettete nell' esercito italiano, o io devo mandarvi 
a Ferrara." Il chiosatore di Dante non nutriva aspi- 
razioni marziali, e si fece condurre a Ferrara. Nella 
città di Eleonora d' Este, il Maschio fu preso dai ca- 
rabinieri, i quali lo condussero al contine e lo con- 
segnarono agli Austriaci. Questi lo ammanettarono 
ben bene, lo unirono ai ladri, agli assassini e, a brevi 
tappe, lo menarono nelle carceri politiche di Venezia, 
dov' egli, con immensa consolazione rivide i suoi pro- 
tettori e la famiglia desolata. Dopo ventotto giorni 
di carcere fu liberato, e allora riprese più alacre che 
mai gli studi su Dante, cagione innocente delle sue 
disgrazie ; buttò all' aria tutti i commentatori del di- 
vino poema che si era procurati nel frattempo, e, con 
eroica costanza, studiò intiere notti sugli antichi au- 
tori cui Dante aveva studiato e la scienza de' quali era 
passata nel poema immortale. Nutrito di tali studi, il 
Maschio tenne a Venezia la prima conferenza su Dante ; 
poi pul)blicò un libro di commenti, grosso dugento pa- 
gine, che s'intitola : Pensieri e chiose sulla Divina Com- 
media elei gondoliere Antonio Maschio (Venezia, 1879). 
L'autore, usando talvolta d'immagini bibliche, schiera 
le sue brave ragioni contro quelle dei chiosatori che 
lo precedettero. Per esempio: egli crede che l'inferno 
dei dannati in eterno non cominci già dal terzo canto 
della Divina Commedia come tutti vogliono, ma che 
la « terra de' veri morti, » cioè dei dannati per sempre, 
sia propriamente nella città di Dite : crede che tutte 
le anime, le quali sollrono fuori della città di Dite, 



90 ARTIGIANI POETI. 

siano intonto a purgarsi in un antinferno, e non al- 
l' inferno. 

Il Maschio, clie, come uomo, è di carattere modesto, 
dolce, tutto inchini e soavi sorrisi, quando sostiene le 
sue teorie è tutto ardore ; alza il capo superbamente ; 
è orgoglioso delle proprie scoperte. Tuttavia nel suo 
libro, pieno di citazioni dotte. Unisce con un inchino, 
che par quello dei devoti gondolieri veneziani a' loro 
buoni padroni, e conchiude con un saluto : « Mille o 
mille augurii felici a tutti quanti. » 

Nicolò Tommaseo lodò il Maschio, e altri illustri let- 
terati gli strinsero la mano, incoraggiandolo negli studi. 

Il Maschio, adesso, non è più gondoliere. Fino ad 
alcuni anni fa, era barcaiuolo al servizio della Banca 
Nazionale di Venezia. Lo vedevi salire umile umile le 
scale del palazzo dell' ultimo doge di Venezia, Lodovico 
Manin, dove quella banca ha sede, e talvolta lo vedevi 
andar curvo, portando sulle spalle una gerla di carbone. 
Vogava lunghe ore sotto la canicola, sotto la pioggia, e, 
nei momenti di riposo là, sulla poppa della gondola, o 
sui gradini di marmo della riva dello storico palazzo, 
rileggeva Dante col suo perpetuo risolino sulle labbra, 
beato d'intrattenersi col poeta divino. 

" Ma voi non siete letterato; siete barcaiuolo! " gli 
dicevano con aria di rimprovero i superiori. " Che fate' 
sempre là coi libri in mano ? " 

Un giorno, il buon Maschio (cosa inaudita 1) perdette 
la pazienza e lasciò il servizio. Andò a Padova, e vi 
tenne conferenze dantesche. Poi, ne tenne a Bologna, a 
Modena, a Ravenna, a Trento, a Trieste, a Milano, 
sollevando sempre meraviglia e simpatia. Egli era felice 
quando tuonava con Farinata, quando fremeva col conte 
Ugolino, quando piangeva coli' amante di Francesca. 
La poesia di Dante era la sua vita. Ma la prosa lo in- 
colse. Per bisogno, dovette lasciar gì' incerti guadagni 



ARTIGIANI POETI. 91 

delle conferenze e chiedere un pane sicuro al Governo, 
E il Governo lo nominò bidello nel liceo Marco Fosca- 
rini di Veiiezia, seppellendo in una portineiia il gondo- 
liere, il dantofilo, il tipo. 

Ma Antonio Maschio, nella storia dei popolani illustri, 
ha già il suo posto: lo ha accanto all'altro gondoliere 
veneziano, autor di poemi sacri, Antonio Bianchi. 



Al di là delle Alpi. — I tre maggiori 
fra gli artigiani poeti. 

Tre artieri poeti sorsero in Germania e nelle Isole 
Britanniche, tre spiccati ingégni, che oggi son conosciuti 
non solo nei loro paesi ma in tutto il mondo ove si 
studia : Hans Sachs, calzolaio tedesco ; Bunyan, cal- 
deraio inglese ; e Roberto Burns, contadino e doganiere 
scozzese. 

E tutti e tre, quale più e quale meno, rappresen- 
tano nella storia delle loro patrie il risveglio ribelle del 
pensiero. Il primo e il secondo non si peritarono di por- 
tar fiamme nelle agitazioni religiose di Germania ai 
tempi di Lutero, e d' Inghilterra, al tempo di Cromwell. 

Hans Sachs, calzolaio figlio d'un sarto, nacque a No- 
rimberga nel 1494. Picchiò molte suola al suo deschetto 
prima di farsi conoscere quale poeta e interprete della 
vasta classe laboriosa, il medio ceto, cui apparteneva. 
Cominciò ad essere ammesso in una corporazione di 
artieri poeti, protetta dagl'imperatori Carlo IV e Mas- 
similiano I, i quali poeti col nome di Meistersanger fio- 
rivano già nel secolo XIV, ed avevano principal sede 
nelle città tedesche meridionali, Magonza, Augusta, 
Strasburgo, Ulma, Norimberga, o, per dire più esatto, 
nelle taverne di codeste città. I loro canti erano per lo 



92 ARTIGIANI POETI. 

pili sacri. Hans Sachs si fece appunto notare la prima 
volta con un canto sacro, un'ode in onore della Trinità. 
I Me isters anger, al tempo della Riforma, s'ispiravano 
direttamente alla Bibbia; così Hans Sachs. Questi si 
gettò animoso nell' ardente agitazione di Lutero, che 
strappò la Germania al Vaticano, e innalzò il medio ceto. 
Sono seimilaquarantotto i lavori poetici, fra brevi e lun- 
ghi che Hans Sachs scrisse : egli si cimentò in tutti i 
generi : i più importanti tendono a far trionfare il pro- 
testantismo. 11 poema, Il Rosignuolo di Wiì^temberg, 
è un panegirico di Lutero, e, nello stesso tempo l'affer- 
mazione della classe popolare borghese, la quale si con- 
forta nella nuova aurora di rivendicazione, la Riforma, 
eh' essa saluta come il « rosignuolo saluta l' apparir 
della luce. » 

Nella multiforme produzione poetica di Hans Sachs 
son curiose le poesie nelle quali egli esalta la santità 
del matrimonio. Egli stesso prese moglie (1519), e con 
frutto, perchè fu padre di sette Agli. Hans Sachs e i Meis- 
tersdnger tendevano a consolidare nelle classi operaie i 
buoni costumi ; d' altra parte è noto che gli « evange- 
lici » combattevano il celibato, quello ecclesiastico spe- 
cialmente: e tutti sanno che, deposto l'abito di frate, 
Lutero sposò una monaca. 

Hans Sachs si segnalò meglio nel dramma: anzi 
egli rappresenta (benché in modo grossolano) il nuovo 
dramma tedesco. 

Non fu egli, no, un vero genio creatore in nessun 
ramo di letteratura, e quindi nemmeno nella dram- 
matica; ma, col suo pronto e vivace ingegno diede va- 
rietà al teatro, servendosi liberamente di tutto ciò che 
di meglio la letteratura popolare d' allora gli poneva 
sotto mano. Approntò tragedie, commedie, farse ; in 
tutte apparisce il sano criterio della vita che codesto 
artiere nutriva e cercava di diffondere fra quegh uomini 



ARTIGIANI POETI. 93 

la cui conoscenza apparisce in lui tutt' altro che su- 
perficiale. Anclie ne' suoi drammi si ravvisa il prote- 
stante che milita. Lutero favoriva già il teatro, come 
arma; specie se trattava soggetti attinti alla Bibbia e 
aiutava la propagazione della sua riforma. Il nostro 
calzolaio è autore di ventisette tragedie tutte bibliche. 
Scrisse anche ventotto tragedie profane e sessanta- 
quattro farse carnevalesche e tante commedie da ar- 
ricchire una biblioteca. I suoi poemi sacri e profani 
arrivano alla cifra di trecentosette. 

Le produzioni teatrali di Hans Sachs primeggiano 
fra quelle del suo tempo : cos'i pure le sue novelle poe- 
tiche e i racconti allegorici, che ammontano a centoses- 
santa! Questo fecondissimo artiere mori nel 1576, cioè 
trent' anni dopo la morte del suo potente ispiratore, 
Martino Lutero. 

Sin verso la line del secolo XVIII, il calzolaio poeta 
di Norimberga fu deriso come rozzo e insulso scribac- 
chiatore ; ma il Goethe e il Wieland ne dimostrarono 
il valore non comune e ne riabilitarono la fama. 



Giovanni Bunyan, nato il 1028 a Estren, nei din- 
torni di Bedford, era Aglio d'un calderaio, e fu calderaio 
egli stesso. Non si poteva ideare un ragazzo più tur- 
bolento, più cattivo di lui. Per frenarlo, i suoi pareijti 
lo posero nelle milizie. All' assedio di Leicester, un com- 
pagno d'armi prese il di lui posto, e fu ucciso. Questa 
morte subitanea lo atterrì. Gli parve che una mistica 
voce lo esortasse a cambiar vita; e la mutò sull'istante. 
Lasciò le armi, ritornò a casa, e divenne pio. Prese in 
moglie una ragazza che per dote gli portò due libri di 
devozione. Giovanni li lesse, e tanto se n'accese che 
si determinò nel 1650 a entrare nella sètta degli Ana- 
battisti, i quali, persuasi del fervido zelo di lui, lo nomi- 



94 ARTIGIANI POETI. 

iiarono loro predicatore e ministro ecclesiastico. Qunndo 
gli Stuardi tornarono a dominare, Giovanni Bunyan fu 
preso come pericoloso fanatico, e fu chiuso in prigione 
per -dodici anni, salvo brevi intervalli di libertà. Nella 
solitudine del carcere ebbe, a quanto pare, frequenti al- 
lucinazioni: soprannaturali visioni popolavano le tetre 
sue veglie. Sotto V impero di esse, imprese a scrivere 
un libro religioso, e, senza saperlo, creò un poema, 
zeppo d' allegorie immaginose e bellissime : Pilgrlm's 
Progress (Il Viaggio del Pellegrino). 

Il pellegrino, di cui si narra il viaggio, è un' anima 
cristiana, che, in mezzo ad accanite tentazioni mali- 
gne, riesce a salvarsi. Dall' alto dei cieli una voce grida 
vendetta contro la città della Distruzione, dove di- 
mora un peccatore. Un uomo retto. Evangelista, gli 
addita la via giusta ; un uomo perfido. Saggezza moti- 
dana, cerca, invece, di sviarlo. Ma egli procede per 
^la via diritta ; traversa acque torbide e fango, tinche 
giunge a una porta angusta, dove un savio gl'indica il 
sentiero della città celeste. Passa dinanzi a una croce, 
e alla vista del sacro segno della redenzione, il pesante 
fardello dei peccati che gli pendeva dal collo, si stacca, 
e cade. Ma si esigono altre prove da lui. S'arrampica 
suir altura delle Difficoltà ; e trova la strada chiusa 
da un demonio, che gli ordina di rinnegare il re dei 
cieli. Ma egli, che già da due saggie sorelle. Prudenza 
e Pietà, era stato preparato a questa sorpresa, si fa 
core; lotta a lungo col dèmone, e l'uccide. La via di- 
venta più aspra, più selvaggia: le ombre diventano te- 
nebre orrende, solcate da fiamme sulfuree che s'innal- 
zano lungo il cammino. È la valle dell' Ombra della 
morte. Il pellegrino la varca, e giunge nella città delle 
Vanità, fiera immensa d' intrighi, di dissimulazioni, di 
commedie. Egli non vuol prender parte alle feste, né 
alle menzogne. Perciò i cittadini lo percotono, lo get- 



ARTIGIANI PORTI. 95 

tano prigione, e lo condannano come traditore. Arriva 
a fuggirò dalie loro mani, ma, ecco, cade in quelle 
d' un gigante, Disperazione, che lo tormenta, lo lascia 
senza pane in un carcere infetto, e poi lo esorta a li- 
berarsi di tante torture col presentargli corde e pu- 
gnali. Egli resiste, e giunge analmente alle montagne 
Felici, donde scorge la città di Dio. Per entrare in 
questa non rimane che a varcare una corrente senza 
fondo, e che si chiama il fiume della Morte. — 

Sono dugent' anni che è uscito, e ancora, dopo la 
Bibbia, il Pilgrim's Progress è il libro piìi diffuso e più 
letto in Inghilterra : le edizioni ammontano a una cifra 
incalcolabile. E il perchè di così pieno successo si com- 
prende. Sotto il velo allegorico, che più ferisce le im- 
maginazioni popolari, è espressa la legge suprema del 
dolore e la lotta umana che si deve vincere per raggiun- 
gere la felicità. Un insigne storico, il Macaulay, arrivò 
a dire essere il Pilgrim's Progress la più bella allegoria 
del mondo. In carcere, Giovanni Bunyan scrisse anche 
la Grace Abounding (la Grazia Abbondante) e la Holy 
War (Guerra Santa). 

Compreso in un'amnistia generale, Bunyan nel 13 set- 
tembre 1672 fu ridonato a libertà e alle predicazioni. 
Immensa era la folla che accorreva a' suoi sermoni fo- 
cosi. Morì nel 1688. È sepolto a Bunhill. 



Nella parrocchia d' Alloway della contea d' Ary, 
nacque nel gennaio 1759, da un povero affittaiuolo, 
Roberto Burns. Dovette troppo presto durar la lotta 
del pane quotidiano, lavorando la terra. I cattivi affari 
del padre balzarono la numerosa famiglia Burns dalla 
povertà nella miseria : il padre mori consunto. 

Roberto si trovava in pessime acque. Tutto gli an- 
dava a rovescio. Anche un affetto onde a ventidue anni 



96 ARTIGIANI POETI. 

s' era acceso per una Maria Morison, gli falli : (luol- 
r amore fu un profumo soave del suo cuore, ma la 
Maria non gli corrispose. Tante contrarietà lo irrita- 
rono, e, per soffocare i crucci, si abbandonò al bere e 
ad amori spensierati. Sedusse la tìglia d' un fabbro 
ferraio, Giovanna Armour, e quell'operaio lo citò in 
giudizio, minacciandolo della carcere. Egli, addolorato, 
era già sul punto <li abbandonare la terra nativa; e 
stava per emigrare nella Giammaica, quand' ecco la 
lettera d' un poeta d' Edimburgo, Blachloch, lo invita 
nella capitale della Scozia a raccogliere i plausi dei 
letterati per le sue belle poesie, delle quali s'era fatto 
editore un libraio edimburghese e che, ricercatissime, 
si volevano ristampare al più presto. Il Burus, già 
avvilito da tante avversità, credette di sognare. Egli 
avea studiato pochissimo ; avea letto scarsi libri che, 
andando a lavorare pe' campi, si mettea in tasca ; al- 
cune sue canzoncine, è vero, composte sulla musica 
d' altre antiche cantilene scozzesi, erano piaciute ai 
contadini ; ma non poteva immaginarsi di acquistare 
d' improvviso una riputazione sì lusinghiera. Egli si 
recò ad Edimburgo ; e da quel giorno divenne il poeta 
prediletto di tutto il popolo scozzese. 

Le sue poesie sono accenti sinceri d' un cuore aperto, 
e sincero nelle sue stesse contraddizioni. L' amore e la 
gioia, r affanno e l' ironia, V imprecazione, la tenerezza, 
sono espresse con grande spontaneità. Il suo canto è 
talora quello d' un trafitto che, dalla sua croce d' ango- 
scie, lancia una beffa amarissima al cielo e agli uomini; 
tal altra è un brindisi pagano, come : « Qui è una bot- 
tiglia e un amico; — Che cosa desiderate di più?...» 
La trivialità è vinta da sentimenti delicatissimi. Quale ' 
poesia più penetrante di quella, Man tvas macie io 
mourn^ « L' uomo è stato fatto per piangere » ? In 
lui vedi il ribelle che si rivolta llagellante e iroso con- 



ARTIGIANI POETI. 97 

tro il potere costituito e oppressivo', contro la gaudente 
e crudele società; ma il suo cuore non s'acqueta che 
nella dolcezza della compassione, e, commosso alle am- 
bascie dei diseredati, esclama: «Soccorrere un fratello, 
oh quale godimento squisito ! » 

Nel 1788, tocco da pietà per la povera Giovanna 
Armour, che per colpa sua viveva divisa da' parenti e 
disprezzata dalla genia beffarda, che non sa perdo- 
nare, la sposò. Sono tenerissimi i suoi versi famigliari. 
Quando egli parla delle sue bambine bisognose d' un 
« cantuccio felice di focolare » ci commove. Nella Notte 
del sàbato del contadino (The Cotter's Saturday Night) 
ci fa assistere alla vita patriarcale di povere famiglie 
di contadini. C'è un passo che ci rammenta la sua ero- 
tica gioventù. Eccolo nella traduzione elegante di Gia- 
como Zanella: 

raro in terra amore avventuroso! 
del core divine estasi! schietta 
Felicità ch'io colorar non oso! 

È gran tempo eh' io calco questa infetta 
Terra di colpe, esperienza antica 
Queste voci veridiche mi detta : 

Se ancora all'uomo Provvidenza amica 
Tutti non nega della gioia i fiori; 
Se questa terra ancor rose nutrica, 
È solo allor che due giovani cori 
Si stan narrando con ingenuo vezzo 
La varia sorte de' passati amori, 

L'uno seduto presso l'altro, al rezzo 
Della siepe domestica, che a sera 
L'aure primaverili empie d'olezzo. 

E sotto umane forme alma sì nera 
Abiterà che pensi al tradimento 
D'un amor, d'una fé' tanto sincera? 

Che con fìnto sorriso e finto accento 
Alla pura colomba occulta rete 
D'insidie ordisca obbliquo e fraudolento? 



98 ARTIGIANI TORTI. 

Percliè, percliè la folgore non miete 
L'infame vita allo spergiuro? Onore, 
Coscienza, virtù nulla voi siete? 

Né v' ha pietà né vindice terrore 
D'austera legge? E chi pensar può senza 
Lagrime de' parenti al lungo amore, 

Che or piangono tradita l' innocenza 
Di quel giglio soave e con più pena, 
Se si credano rei di negligenza? 

Nel 1789 si trasferì a Ellisland dove, liducioso d'un 
avvenire più agiato, avea preso in affitto una terra; 
ma assolutamente la fortuna gli voleva esser contro. 
Passò in una casuccia di Dumfries, dove ottenne V im- 
piego di ricevitore delle dogane. Ma nemmeno a Dum- 
fries riuscì bene. Trascinavasi di taverna in taverna, 
e peggio. Una notte di gennaio, cadde ubbriaco fra la 
neve, e vi restò immerso Ano al mattino. Ne riportò 
una malattia spasmodica e mortale. A soli trentott'anni, 
nel 1796, moriva, mentre la moglie dava alla luce un 
quinto figlio. 

Così miseramente visse e morì un grande poeta 
d' istinto. In italiano, il Burns non fu ancora intera- 
mente tradotto, mentre merita d' essere conosciuto da 
tutti, poiché la sua poesia parla alla c-oscienza di tutti. 

11 signor Pietro Turati così traduce una delle sue 
poesie, in cui batte il cuore scozzese. 

IL MIO CUORE È SUI MONTI. 

Vola a' miei monti il cor né mai qui resta, 
Vola a' miei monti il cor del cervo a caccia, 
Vola il cervo a cacciar della foresta, 
Del capriuolo ad inseguir la traccia: 

Ovunque io 1' orme imprima 
Sempre il mio core è de' miei monti in cima. 

Addio, montagne del mio suol natio, 
Patria de' forti, boreal contrada, 



ARTIOIANI POETI. 90 

Madre di cuori generosi, addio; 
Ovunque errante peregrino io vada 

Imperituro affetto 
Per i miei monti mi arde ognor nel petto. 

Addio, de' monti miei nevose creste. 
Addio, valli dai rivoli irrorate, 
Addio, cascate eccelse, addio foreste, 
E voi selve fra i greppi arrampicate 

Del ripido pendio, 
E voi, torrenti fragorosi, addio. 

Vola ai monti il mio cor, né mai qui resta. 
Vola ai monti il mio cor del cervo a caccia. 
Vola il cervo a cacciar della foresta. 
Del capriuolo ad inseguir la traccia: 

Ovunque io l'orme imprima 
Sempre il mio core è de' miei monti in cima. 

^e\V Epitaffio d' nn poeta, lirica scritta a ventot- 
t' anni, il Burns flnisce raccomandando : 

Lettore, ascolta: o sia che l'anima tua sull'ali della fan- 
tasia sappia trascendere i cieli, o che tu debba travagliarti oscu- 
ramente su questa terra, condannata ad umili cure; rammen- 
tati che la radice della sapienza sta nel governo di sé stesso, 
con ogni prudenza e cautela esercitato. 

Chi potrebbe credere che colui, il quale rivolgeva 
così savie parole agli uomini, morisse appunto per la 
vita sua disordinata?... 



Segue: Inghilterra, Germania, Francia, 
Svizzera, Serbia, America. 

Nella stessa Scozia, altri poeti delle classi inferiori 
si fecero notare per la loro schiettezza. Prima del Burns, 
fu Allan Ramsay (1686-1758), barbiere e poi libraio a 
Edimburgo, che compose in dialetto scozzese un dramma 



100 ARTIGIANI POETI. 

pastorale pieno dì vive descrizioni della natura e rac- 
colse antiche canzoni scozzesi. Dopo il Burns, notaronsi 
il così detto Pastore di Ettrick, Giacomo Hogg (1772-1835), 
che cominciò a poetare senza saper nò leggere nò scrive- 
re, e il muratore AllanCunninghani (1784-1842). Giacomo 
Hogg fu fecondissimo. La raccolta di ballate e racconti 
è la più conosciuta fra le tante sue opere. Ebbe 1' onore 
delle lodi e degli incoraggiamenti dì Walter Scott, 

Roberto Tannahill, è pure scozzese, figlio d'un tes- 
sitore e tessitore egli stesso. Nacque nel 1776 a Paysley ; 
Roberto Burns fu tra i primi poeti eh' egli lesse, ma 
Tannahill lo vince nella dolcezza malinconica. Le sue 
ingenue canzoni divennero veramente popolari: il po- 
polo della Scozia le cantava, e le canta tuttora, sulla 
musica composta da R. A. Smith. La fine di Tannahill 
non poteva essere più triste. Sopraffatto dall'ipocon- 
dria, a trentaquattr' anni si annegò. 

Il poeta Inglese Roberto Bloomfleld, nato nel villag- 
gio di Honington, nella contea di Suffolk, era figlio d'un 
sarto che morendo lo lasciò fanciullo nella più squallida 
miseria. Il povero ragazzo cominciò, per vivere, a fare 
il domestico; ma lasciò presto il duro servizio, e si 
recò a Londra, attine di apprendere il mestiere del 
calzolaio. Era debolissimo di salute, agitato dalla bra- 
mosia di leggere e d' imparare. Un canto popolare fu 
il primo suo parto poetico, o almeno uno de' primi ; egli lo 
adattò sopra una vecchia aria, e un bel dì se lo vide 
pubblicato nel London Magazinc. Incoraggiato così, il 
piccolo vate proseguì in disordinate letture, predili- 
gendo le Stagioni del Thompson, e a scrivere come gli 
veniva. Nella sua botteguccia, fra le lesine e gli spa- 
ghi, compose un poemetto di cinquantasei pagine, The 
farnier's boy (Il ragazzo del fittaiuolo), semplice pit- 
tura della vita de' campi, dei lavori ''dei contadini, in- 
genuo ricordo del nativo villaggio. Egli avea scritto, 



ARTIGIANI POETI. 101 

senza saperlo, il suo capolavoro. Lo seppe più tardi, 
quando, nel 1800, fu pubblicato da un intelligente, e fu 
tanto ricercato e tanto piacque per la semplicità e ve- 
rità che se ne vendettero, in meno di tre -anni, ven- 
tiseimila esemplari, procurando al misero calzolaio un 
guadagno di 250 lire sterline. Da quel momento entrò 
neir alto mare della fama, e pubblicò altri poemetti, 
canti e ballate, riuscendo sempre bene nelle descri- 
zioni, eh' erano il suo forte ; ma non arricchì. Lasciò 
il desco del calzolaio per fabbricare delle arpe, spe- 
rando di poter meglio sfamare sé e la famiglia. Di- 
venne cieco, e fu preso da attacchi nervosi che fecero 
temere della sua ragione. Morì nel 1823 a Shetford 
nella contea di Bedford. 



In Germania, contemporaneo ad Hans Sachs, tro- 
viamo Giovanni Polz, barbiere. Anche questi apparte- 
neva alla confraternita dei Meistersànger. Isuoi canti 
son ruvidi. 

Anna Luisa Durbach, nata nel 1722 in un villaggio 
della Slesia da un birraio, levò a' suoi tempi molto ru- 
more. Passò la fanciullezza sotto le tavole della sozza 
birreria paterna e nei campi dietro alle pecore. Spo- 
satasi a un uomo brutale che la batteva, ottenne il di- 
vorzio ; passata in seconde nozze a un sarto, trovò- 
peggio. Il nuovo marito, Karsch, *ra un ubbriacone, e 
nient' altro. Appena la povera slesiana si fece conoscere 
per l'ingegno poetico rozzo ma espressivo ond'era do- 
tata, venne chiamata dal nome di lui la Karschinn. Si 
divise anclie dal secondo marito e rimase sola in campa- 
gna coi tìgli, in condizioni di miseria tali che un buon 
signore, il barone di Koltnitz, n' ebbe pietà e la condusse 
a Berlino. Data dal suo ingresso nella capitale prus- 
siana la fama rumorosa che la Karschinn destò colle 

P. B. — 30. 7 



102 ARTIGIANI POETI. 

sue poesie. La sensibilità e la facilità della sua musa 
le fecero guadagnare molte simpatie e molti talleri. 
Mori nel 1791. 

Citansi, fra i poeti, anche il calzolaio Giacomo Boehme; 
ma io lo conosco (confesso) come fondatore d' una scuola 
lìlosofica esaltata dall'Hegel, e non come poeta. Il Boehme 
andava soggetto ad allucinazioni strane, come Bunyan, 
ad estasi celesti, nelle quali sentivasi chiamato da Dio. 
Egli scrisse, in quello stato di nevrosi, moltissime pa- 
gine. La sua Aurora è tutt' altro che un' aurora lim- 
pida : chi la capisce, merita premio. 

Oggi, un canestraio, Labrecht Pressoi di Waren, poe- 
teggia su argomenti patriottici. Neil' estate 1887, egli 
fece omaggio al conte Moltke, suo concittadino, d' un 
volume di proprie poesie; e il feldmaresciallo gli ri- 
spose con questa letterina: 

Mio egregio concittadino! 
Vi ringrazio per l'invio delle vostre poesie patriottiche e 
vi auguro clie possiate ancora per lunghi anni intrecciare e ri- 
mare dei canestri. 

Devotissimo 

Conte MoLTKE, feldmaresciallo. 

L' onesto possessore di questa lettera, la conserva ad 
eterno ricordo pe' suoi Agli e nipoti, sotto una cam- 
pana di vetro, e la mostra agli amici come una sacra 
reliquia, non accorgendosi, nemmeno per sogno, dello 
scherno poco caritatevole del fortunato strategico. 



La Francia vanta parecchi artigiani poeti. Adamo 
Billaut, conosciuto dai Francesi sotto il nome di Maitre 
Adam e soprannominato il Falegname di Nevers, è fra 
i più anticlii. Nacque a Nevers il 31 gennaio 1602 da 
semplici contadini. Il suo talento poetico, incolto ma 
originale, sviluppatosi fra le pialle, non tardò ad esser 



ARTIGIANI POETI. 103 

riconosciuto e, mercè potenti mecenati, da lui, con 
poca dignità (a dir vero) sollecitati, divenne per un mo- 
mento il poeta alla moda in Parigi, dove si trasferì 
nel 1638 sperando in grossi benelìcii che non gli man- 
carono. Riclielieu gli tìssò una pensione ; Condé lo pro- 
tesse; Corneille lo elogiò, non ostante le scorrezioni e 
le ridicolaggini delle sue poesie, comprese in tre parti 
con titoli allusivi al mestiere professato : Les Chevilles, 
Le Vileùreqicin, Le Rabat. 

Un pasticciere, certo Ragueneau (anche questi poeta) 
gli scagliava qualche frizzo felice. Adamo Billaut morì 
nel 1662. 

Molto noto ai Francesi è ancora Giovanni Reboul, 
detto il Fornaio di Nimes. Nacque a Nimes il 3 gen- 
naio 1796 da un fabbro ferraio, che morì lasciandolo di 
buon'ora solo sostegno della madre e dei tre fratelli; 
perciò fu costretto a mettersi a lavorare in una panat- 
teria. Davanti al forno, fra' compagni, e di sera, in un 
caffeuccio, cominciò a satireggiare. Alessandro Dumas 
padre, che andò a visitarlo, descrive la stanza arredata 
con semplicità monastica, dove il fornaio di Nimes stu- 
diava, e dove, abbandonando la poesia satirica, si era 
dato ben presto alla poesia sentimentale, imitando Al- 
fonso Lamartine. Quando questo celebre poeta, meravi- 
gliato di quelle gentili imitazioni, si recò a trovare 
r umile rimatore, fu tocco della sua semplicità. « Io vidi- 
(egli riferi in una pagina graziosa) il poeta fornaio di 
Nimes, un giovane cresciuto e allevato nell' officina di 
povera famiglia, la quale altro titolo non ha che la sua 
virtù, nò altra ricchezza tranne uno dei più bassi me- 
stieri ; un giovane nato, per così dire, da sé stesso, che 
tutto il dì colla fatica delle braccia guadagna un pane 
a sua moglie e a' suoi fanciulli, e si ritrae la sera in 
un cantuccio della bottega a meditar quelle poesie che 
volano poi suU' ali del genio, r 



104 ARTIGIANI POETI. 

Genio, veramente no. Il Reboul è, anzi, uno de' pochi 
popolani-poeti che non posseggono un carattere poetico 
proprio, un ingegno spontaneo; come ho detto, egli è 
'un imitatore del Lamartine, il quale, generoso con lui, 
nel 1830 gli foco l'onore di dirigergli una delle sue me- 
lanconiche Harmonics, quella intitolata Le Genie dans 
l'obscurite, circondandolo d" una mite aureola di gloria. 
Il Lamartine aggiunge un particolare: quando andò a 
trovarlo a Nimes, lo vide al banco della sua bottega, 
In maniche di camicia, coi capelli neri infarinati, nel- 
r atto di vendere del pane a delle povere donne. 

Fra le Poe'sies del Reboul sono notevoli per dolcezza: 
L'Ange et l'Enfant, il suo miglior lavoro, tradotto in 
pili lingue, L'Aumóne du Christ, La lampe de nuit. 
Le Soir d'hiver. L'enfant noyé,... che parlano un puro 
linguaggio ai cuori sensibili. 11 suo poema biblico, Ber- 
nierjour, è stimato meno. Tre tragedie (una delle quali. 
Le Martyre de Yivia, rappresentata all' Odeon di Parigi 
nel 1850 con esito mediocre) formano nel suo bagaglio 
poetico più ingombro che ornamento. 

Come Nevers era superba del suo falegname Billaut; 
così Nimes si gloria del suo fornaio Reboul. Nel 1864, 
quando questi mori in Nimes, la città accompagnò com- 
mossa e con pompa la salma al sepolcro, 

Alessandro Dumas, leggendo un giorno una patetica 
poesia del Reboul, gli chiese : " Chi vi ha fatto poeta? " 
E quegli rispose: "Il dolore." 

Ben più singolare del flebile Reboul è l' allegro figlio 
della Provenza, Giacomo Jasmin, detto il Parrucchiere- 
poeta d'Agen, dove nacque nel 1798 e morì nel 1864. La 
Provenza, fertilissimo terreno per la poesia, diede molti 
rimatori, anzi addirittura una fiorita di nuovi provenzali. 
In occasione delle feste popolari, che vi si tengono con 
solennità e pompa antica, il genio poetico di questo e 
quel provenzale era eccitato, e scintillava fra i plausi. 



ARTIGIANI POETI. 105 

Cosi avvenne del Jasmin, di questo figliuolo d'un mi- 
serabile sarto, d' una famiglia tutta morta all' ospedale. 
Si acconciò presso un parrucchiere, e fra i rasoi e i 
pettini compose canzoni che vennero accolte con en- 
tusiasmo, forse eccessivo. Come Adamo Billaut, intitolò i 
propri versi dal proprio mestiere; li chiamò : PapiUotes, 

Già prima avea gittato alle brigate una manata gio- 
conda di versi, eh' ei battezzò Charivarl. Con questa 
parola denotavasi il costume, vivo nella Provenza, di 
fare un baccano indiavolato in certe occasioni, specie 
quando trattavasi di seconde nozze; si andava, di notte, 
sotto le finestre degli sposi maturi, e là si eseguivano 
0, magari, s'improvvisavano, copiose rime burlesche, 
accompagnate da grida, strilli, cozzi di padelle, d' alari, 
di secchie percosse. Anche in Italia vigeva (e non è 
tutto scomparso) quest' uso iTurlone. 

Le poesie del parrucchiere d'Agen sortirono tanta 
fortuna che il celebre poeta americano Longfellow ne 
tradusse una in inglese, L'Aveugle de Castel-Cuillé, 
soggetto triste, che contrasta coli' indole del figaro fran- 
cese poi-tata all'allegria. 

Negli ultimi suoi anni Jasmin, indignato contro Er- 
nesto Renan per la Vie de Jesus, pretese scacciarne 
il diavolo coir acqua santa di un poema ch'egli com- 
pose ottenendo i battimani dei chierici d'Agen. Era 
buon cattolico ; ma sarebbe stato migliore se la vanità 
pei meriti, per le lodi e per il titolo di cavaliere della 
Legion d' onore acquistato, non fosse stata in lui ecces- 
siva. Era dotato della facoltà improvvisatrice ; ma si 
manteneva sobrio e semplice nell'espressione. Le storie 
che inventava o piuttosto pigliava a prestito nei paesi 
della Provenza, hanno un profumo provenzale e un'ar- 
monia che piace. Scrisse nel dialetto del suo paese, diverso 
da quello usato dai trovatori provenzali del medio evo. 

Altri scrissero in altri dialetti. Un Peyrottes, fab- 



106 ARTIGIANI POETI. 

bricante di maiolica di Montpellier e Dieulef'et, e Bellot, 
e Rarthélemy di Marsiglia, formano una pleiade se non 
isfavillante, certo curiosa, di artigiani rimatori del mez- 
zodì della Francia. TJn Luigi Astouin, facchino del porto 
di Marsiglia, autore di versi, morì di colèra nel 1852. 

Un Magu, tessitore ; un Lapointe, calzolaio ; un Beu- 
zeville, vasaio ; un Grivot, bottaio, autore d' un libro 
Une lyrc à l'atelier, ingrossano la schiera degli artieri, 
che dopo le fatiche giornaliere, in luogo di abbrutirsi 
nelle taverne, si nobilitano colla poesia. 

Fra i migliori va citato il muratore Luigi Carlo 
Poncy, nato a Tolone nel 1822. Nei momenti di riposo 
che gli concedeva il faticoso mestiere, leggeva le tra- 
gedie di Racine e combinava parole e versi. Avendoli 
letti a qualcuno, questi ne fece parola ad altri: così, 
dopo qualche tempo, meróè una sottoscrizione, si pote- 
rono pubblicare a Tolone nel 1840 le sue Poésies, cui 
seguirono le Marines. Quest' ultime (di forma alquanto 
rozza, ma animate d'un fresco sofflo marino) attirarono 
l'attenzione d'Arago, della Sand e di altri che regala- 
rono al rimatore tutta una biblioteca. I versi scritti dipoi 
non sono migliori delle Marines, che restano ancora il 
libro principale di Poncy. Anch' egli ottenne la sua brava 
croce della Legion d' onore, al pari di Jasmin. Esercitò 
il mestiere di muratore sino al 48 ; dopo quest' anno, 
si occupò in un impieguccio amministrativo. 

Il citato calzolaio Lapointe — nato a Sens (Yonne) e 
portato di due anni a Parigi — merita un breve cenno 
speciale, perchè non fu soltanto poeta, ma anche mi- 
lite della libertà. Nelle giornate di luglio 1830 com- 
battè per rovesciare i Borboni. Poi fu imprigionato 
come repubblicano pericoloso. Anzi, era addirittura 
socialista, e, come tale, dopo la rivoluzione del 48, si 
presentò per essere eletto deputato all'Assemblea na- 
zionale ; ma invano. Nella Yraie République pubblicò 



ARTIGIANI POETI. 107 

dei versi di' erano 1' eco delle aspirazioni dei proletari. 
Ahimè!... con un atto di servilità cancellò tutto il suo 
passato ! La maestà del terzo Napoleone lo abbagliò 
tanto che lo fece cadere in ginocchio davanti a lei 
quando, nei momenti in cui sperava soccorso, le dedicò 
una raccolta di racconti!... Napoleone gli fece l'elemo- 
sina di mille lire. — Parecchie sono le pubblicazioni del 
calzolaio parigino. Ci sono, non ostante molta zavorra, 
alcuni pensieri originali che Vittor Hugo, Eugenio Sue 
e Béranger apprezzavano. 

Il Béranger!... Non dimentichiamo il più originale e 
il pili simpatico dei canzonieri popolari francesi, quel 
Béranger, che, povero di tutto, per cura d' un affet- 
tuoso parente fu fatto entrare giovinetto nella stam- 
peria che il libraio Laisnez aveva impiantata a Péronne. 
« Io vi rimasi quasi due anni (rammenta nella sua in- 
genua Mia biografia il Béranger stesso), dedicandomi 
con piacere ai lavori della tipografìa.... » E fu stando 
in queir olllcina che a dodici anni cominciò a far versi, 
non sapendo nemmeno quali osservanze ritmiche ri- 
chiedessero. Lasciò la tipografla per darsi alle specu- 
lazioni della Borsa, cui suo padre in que' tempi fortunosi 
s'era abbandonato; ma il giovane Béranger si disgustò 
presto di quel mestiere febbrile : « Preferii rimaner po- 
vero (egli ricorda) piuttosto che ritornare alla Borsa, 
dove non ho mai potuto rimettere i piedi che con un 
fremito di spavento. Rimpiansi allora amaramente di 
essere stato tolto all'arte tipografica, che ho sempre 
amato, ma che mi pareva di non conoscere abbastanza 
da cavarne i mezzi per campar la vita. Avevo torto ; mi 
sono convinto troppo tardi che avrei potuto diventare 
un abile operaio, e ciò mi avrebbe risparmiato molti 
anni di povertà e di vana aspettativa. » 

Nelle vispe canzoni di Giovanni Béranger (nato a 
Parigi il 19 agosto 1780) batte il cuore del popolo fran- 



108 ARTIGIANI POETI. 

cese ; egli ò l' eco più chiaro del suo tempo. Il caldo 
amore per la libertà; l'entusiasmo per le glorie mili- 
tari di Napoleone I, alle quali partecipava coinniosso il 
popolo tutto della Francia-, lo scherno, da malizioso mo- 
nello, lanciato contro i vizi mal nascosti dei titolati ; la 
simpatia pei soldati e pei pezzenti ; 1' amarezza per gli 
oppressi, e il buon umore non ostante i malanni, con 
un buon bicchiere di vino, fra gli amici e le donnine 
gaie, sono espressi da questo genio schiettamente po- 
polare con tutta la sinceintà, e chiarezza e 1)rio e vena 
insuperabili. Nelle tre ottave: 

France, je meurs, je meurs; tout mo l'annonce. 

Mère adorée, adieii ! 

Je fai chantée avant de savoir lire 

egli esala l'anima sua. Per tutto ciò, egli gode fama 
più che nazionale. Morì nel 1857, e Parigi gli eresse un 
monumento. Lo chiamano il Burns della Francia. 

Quest'anno (1887) l'Accademia di Francia ha decre- 
tato un premio di mille lire a un oste-poeta. Il libro 
premiato ha il titolo Nei campi; l' oste-poeta si chiama 
Harel; il suo alberguccio è all'insegna della Croce di 
Sani' Andrea, ed è posto nel comune di Echauffour. 

Il 25 febbraio 1887 mori un profumiere-letterato, 
notissimo nella società elegante di Parigi e di Londra, 
Eugenio Rimmel, che tradusse l'Otello di Shakespeare 
in francese : quando la morte lo colse stava traducendo 
Gitdietta e Romeo. Era anche un benefattore : a Lon- 
dra aveva fondato, nel 48, un ospedale francese. 

E la Svizzera?... Il 25 novembre 1887 si telegrafava 
da Losanna : « È morto oggi a Lutry il patriota Mar- 
guerat, di cinquant' anni, che da semplice fornaio seppe 
acquistarsi fama di gentile poeta popolare, facondo tri- 
buno, autorevole deputato e integerrimo sindaco. » 

Nella Serbia, dove 1' antico carattere nazionale reli- 
giosamente si conserva, s'incontrano anche oggi can- 



ARTIGIANI PORTI. 109 

tori vaganti che rassomigliano ai rapsòdi della Grecia 
antica. Essi vanno cantando certi carmi epici in cui 
ricordano antichi guerrieri e battaglie, antiche nozze, 
antiche leggi, ed edificazioni di città. Essi li recitano 
con una certa elevazione di tono, dopo un breve pre- 
ludio sulla gusla, strumento a corde primitivo. 

Ecco, come in un canto epico serbo. Marco, figlio 
dell' imperatore dei Serbi, animoso soldato, morto nella 
battaglia di Rovine nel 1394 combattendo coi Turchi 
contro, un principe rumeno, presente la morte vicina: 

Surse Marco pria del sol fulgente — mattinier di domenica, e 
movea — lungo il mare, d' Urvi alla montagna. — E salendo 
Marco il monte d' Urvi — vacillar gli cominciò il destriero, — 
vacillare e lagrimare insieme. — Ciò fu grave, molto grave a 
Marco — e al destriero prese a favellare: — Mio bardo, ascol- 
tami, ben mio! ornai volser centosessant'anni — dacché sonmi 
teco accompagnato — nò tu mai mi vacillasti, mai, e incominci 
oggi a vacillare, — vacillar e lagrimare insieme: — Dio lo sa, 
ma — ben venir non puonne : qui ci va — del capo d'un di noi.... — 

È traduzione metrica di Pietro Cassandrich. Il canto 
si prolunga a lungo, come altri canti popolari epici 
della Serbia, che ci ricordano i canti omerici di cui 
abbiamo toccato in principio di questo lavoro. 

I bardi celtici andarono famosi. I giornali inglesi 
de' primi di novembre 1887 annunciavano la morte del 
bardo gallese John .Jones, più conosciuto sotto il nome 
di Jdris Nychan. Era uno dei bardi più celebri del prin- 
cipato di Galles, ed uno degli uomini più al corrente 
della letteratura, poesia e antichità della vecchia terra 
celtica. Jdris Nychan fu defluito « V ultimo bardo. » 

Ma mi allungherei troppo se dovessi riassumere le 
indagini fatte da dotti illustri sulle letterature popolari 
di altri popoli.... C'è un oceano addirittura da solcare; 
e forse vi troveremmo altri artieri poeti. 

Tuttavolta, non bisogna tacere dell'America, dove 



110 ARTIGIANI POETI. 

nello spazio d'i cent' anni la letteratura nacque e si svi- 
luppò originalissima nella sua rude vigoria, e ormai 
ridette una vasta e ga^^liarda vita civile. In America, 
immenso alveare operaio, troviamo più d" un artigiano 
poeta di bella fama. 

Walt Whitman (nato nel 1819), agricoltore, operaio 
e maestro, ci s'impone per il suo talento imperioso di 
poeta che, sdegnando il lenocinlo delle dolci rime e delle 
forme levigate, tratta bruscamente i soggetti che scuo- 
tono pili fortemente le fibre umane, e dal plebeo si eleva 
al sublime. 

Durante la guerra di secessione, l' operaio e agri- 
coltore si tramutò in operoso chirurgo, e prestò ai feriti 
caritatevoli soccorsi. Ecco una rude, potente poesia che 
potete apprezzare attraverso la versione di E. Nencioni. 

LA GUARDIA AI MORTI SUL CAMPO DI BATTAGLIA. 

Fu una strana vigilia sul campo di battaglia in quella notte. 
Voi eravate caduto al mio fianco in quel giorno stesso, o figlio 
mio e mio compagno d'armi. Vi lanciai un solo sguardo ed i 
cari occhi vostri risposero con uno sguardo che non dimenti- 
cherò mai più. Le nostre mani si toccarono, o figlio, quando 
voi cadeste al suolo. Poi la battaglia mi menò via, la battaglia 
incerta, accanita, fino alla sera, quando ritornai presso di voi, 
per trovarvi così freddo nella morte, o compagno I Al lume delle 
stelle scopersi il vostro viso; il vento della notte fresco e puro 
spirava. Io vegliai a lungo presso di voi, intanto che il campo 
di battaglia stendeva di lontano sopra di noi la sua immensità 
tetra. Strana vigilia, dolce vigilia, nella profumata notte si- 
lente! Non cadde una lacrima, non s'intese un mio sospiro. 
Io vi guardava, assiso a voi dappresso, col mento sul pugno: 
io passava cosi con voi, mio caro compugno, mistiche ore, ore 
immortali. Non una lacrima, non una parola! Vigilia di silen- 
zio, d'amore e di morte, vigilia di noi due soli, o tu, mio figlio 
e mio soldato. Le stelle calavano verso l'Oriente; questa sarà 
r ultima vostra notte, o giovane prode. Io non potei salvarvi; 
la vostra morte fu improvvisa; ma vi amai fedelmente nella 



ARTIGIANI PORTI. Ili 

vita, ed io so che un giorno ci ritroveremo. Quando la notte 
languente cedette il campo al mattino, avvolsi il mio compa- 
gno nel suo grigio mantello; piegai con cura questo panno sotto 
il suo capo e sotto i suoi piedi, poi deposi nella sua rozza tomba 
mio figlio, illuminato da! sole nascente. Cosi fini la mia vigilia. 
Io mi rialzai dalla fredda terra e seppellii un soldato nel luogo 
stesso dove egli era caduto. 

Walt Whitman è oggi celebre, e meritamente, nel 
mondo civile. 

L' autore dei Canti estivi, Riccardo Enrico Stoddard, 
adesso bibliotecario di Nuova York, a dieci anni non 
era altro che apprendista presso un fonditore di bronzo 
in quella metropoli. Nacque nel 1825. — 

E con questi gagliardi campioni d'oltremare pongo 
termine alla mia rassegna. 

Abbiam visto che le professioni dei barbieri e dei 
calzolai diedero, più di tutte, poeti degni di menzione. 
Tranne due o tre, tutti nacquero in provincia e quasi 
tutti si mostrarono religiosi e innamorati de' piìi gran- 
diosi soggetti. Quasi tutti, adunque, tendono all' alto, 
provando anch' essi, gì' ingenui Agli del popolo, come 
per una eterna legge l'umanità tenda all'elevazione. In 
Italia non abbiamo mai avuto un poeta artigiano forte 
della originalità di Roberto Burns, o della tendenza ci- 
vile di Hans Sachs, o della fantasia di Giovanni Bu- 
nyan. Peraltro, anche nella nostra « terra dei carmi-» 
non mancarono curiosi e bei poeti di natura. Chi più 
bizzarro del Burchiello?... Quanti più fecondi del Cro- 
ce?... E chi più caloroso e fremente dello Stromei? 
più nobile, e, quasi direi, più classico dell'Orlandi?... 
E chissà quanti rimangono ancora, e rimarranno forse 
per sempre, ignorati, negletti; lampade che si consu- 
mano in un tempio buio e deserto ; armonie che si per- 
dono nelle solitudini. 

Fine. 



INDICE. 



Due parole di proemio Pag. 5 

Di volo per la Grecia e a Roma. — Poeti schiavi e poeti pastori. 

— Plauto 7 

Una scorsa uel medio evo 12 

Un barbiere sonettista. — Altri popolani. — Poeti di Firenze . . 15 

L'autore del Bertoldo 22 

I hoaini milanesi. — Due martiri 28 

Un gondoliere veneziano del 1700 30 

Un cavapietre siciliano 36 

II sarto Gianni improvvisatore 38 

11 ciabattino dell'Adige 42 

Domenico Stromei 50 

Fra' monti e fra' colli 60 

11 'parr uccider e del Mincio e il harhiere del Po 64 

A Parma e a Genova. — Due facchini 66 

Tre tipografi. — Un sellaio. — Un custode di sala anatomica, ed 

altri ancora 70 

Gli ultimi cantastorie e gli ultimi improvvisatori 72 

Carmine Papa, zappatore 80 

Giuseppe Rizzotto 82 

Il gondoliere dantofilo 86 

Al di là delle Alpi. — I tre maggiori fra gli artigiani poeti . . 91 

Segue: Inghilterra, Germania, Francia, Svizzera, Serbia, America. 99 



Raccolta di Opere Educative. 

AI.VAI11 (Augusto), IL CAKATTERE DEGL'ITALIANI. Quinta edi- 
zione. — Un volume L. 2. — 

AZEGLIO (niussinio D'), CONSIGLI AL POPOLO ITALIANO, 
estratti dai Miei Ricordi. Quarta edizione. — Un volume ... 0. 70. 

BASTIAT (Federico), SOFISMI ECONOMICI, voltati in italiano 
da Francesco Perez. — Un volume 1. 70. 

ItnUMI (Oreste), LE NOSTRE DONNE. Considerazioni d'un Diret- 
tore di Scuole femminili. — Un volume 2. — 

LA VERA CIVILTÀ INSEGNATA AL' POPOLO. Sesta edizione. — 

Un volume 1. 20. 

BUTLER (Giuseppina E.), MEMORIE DI GIOVANNI GREY, scritte 
da sua figlia, con Prefazione di Marco Minghetti. — Un voi. . 2. — 

CECCOIVI (Giovanni), LA GENESI DELL' ITALIA. — Un voi. 2. 50. 

CRAIK. (Giorgio I..), COSTANZA VINCE IGNORANZA ossia LA 
CONQUISTA DEL SAPERE MALGRADO GLI OSTACOLI. Traduzione 
di Pietro Rotondi. Quarta edizione. — Un volume 2. 50. 

DE AIMICIS (Edmondo), RICORDI DEL 1S70-71. Settima edizione. 
— Un volume 1. 50. 

ELI.1S, L'EDUCAZIONE DEL CUORE, il miglior compito della Donna. 
Prima traduzione dall'inglese. Sesta edizione. — Un volume . 1. 30. 

VBAMKLIIV (Beniamino), SCRITTI MINORI, raccolti e tradotti 
da Pietro Rotondi. — Un volume 2. — 

.VITA, scritta da sé medesimo. Nuovamente tradotta da Pietro Ro- 
tondi. Sesta edizione. — Un volume con ritratto 2. — 

HE ■.PS (Arturo), VITA DI CRISTOFORO COLOMBO. Prima tradu- 
zione dall'inglese. Quarta edizione. — Un volume 1. — 

LESSOMA (Michele), VOLERE È POTERE. 7S»efe.— Unvol. 3. — 

PAMTALEO (Vincenzo), VITA PRATICA. Brevi ricordi per i miei 
Figli. — Un volume 1. 50. 

SMILES (Samuele), INVENTORI E INDUSTRIALL Brevi biografìe. 
Versione con note di Gcstavo Strafforello.— Un volume . . 2. 50. 

IL CARATTERE. Prima traduzione italiana di P. Rotondi, con le Me- 
morie dell'Autore. Settima edizione. — Un voi. con ritratto. . 2. 50. 

IL DOVERE, con esempi di coraggio, pazienza e sofferenza. Seconda 

edizione. — Un volume 2. 50. 

RISPARMIO. Prima traduzione italiana di Michele Lessona. Quarta 

edizione. — Un volume 2" 50. 

STORIA DI CINQUE LAVORANTI INVENTORI, ricavata dall'origi- 
nale inglese e annotata da G. Strafforello. d^ediz. — Un voi. 1. 50. 

GIORGIO MOORE, NEGOZIANTE E FILANTROPO. Prima tradu- 
zione italiana di Costanza Giglioli Casella. — Un volume. 1. 50. 

SPEIKCER (Herbert), EDUCAZIONE INTELLETTUALE, MORALE 
E FISICA. Traduzione dall' inglese di Sofia Fortini-Santarelli. 
l'erza edizione. — Un volume 1. 30. 

STRAFFORELLO (Gustavo), LA SCUOLA DELLA VITA. Precetti, 
esempi ed aneddoti. — Un volume 2. — 

SUR8UM CORDA ! Quaresimale civile di Un Italiano.— Un voi. 2. — 

TITCOMU (Timoteo), (Dott. J. G. Holland), ALLA GIOVENTÙ. Let- 
tere di un Americano, ai Giovani, alle Fanciulle, agli Sposi. Prima tra- 
duzione italiana sulla 50» edizione di Nuova York, con una Prefazione 
di Michele Lessona. Seconda edizione. — Un volume .... 2. — 



Piccola Biblioteca del Popolo Italiano. 



-^l^ 



,iiii" 



Alfani (A.)i I tre amori del citta- 
dino L. 1.50 

Alessandro Manzoni ricordato al 

popolo e alla gioventù. Con ri- 
tratto — .50 

Antologìa patriottica per le Scuole 
e per le Famiglie 1. — 

Barbiera (R.), I Poeti della Patria ri- 
cordati al popolo italiano.. —.50 

Artigiani Poeti —.50 

Barrili (A. G.)i Se fossi Re! No- 
vella —.50 

tersezio (V.), Il cane del cieco. Rac- 
conto —.50 

B6mbìccì (L.), Le stelle cadenti. Con 
illustrazioni. — .50 

Bonghi (R.j, Roma pagana. Con illu- 
strazioni — . 50 

Clieeclii (E.), Cristoforo Colombo. Con 
un ritratto — . 50 

Closar (L.), La medicina dell'anima. 
Ammaestramenti tratti da celebri 
autori antichi e moderni . . — .50 

De Stefani (C), La superficie della 
Terra —.50 

Dora D'Istria, Gli Eroi della Rume- 
nia. Profili storici con Prefazione 
di P. Mantegazza —.50 

Faldella (G.), Il Tempio del Risorgi- 
mento italiano. Rivista patriottica, 
con illu.strazioni —.50 

I nuovi Gracchi,ossia la crisi agra- 
ria. Discorsi campagnuoli. .. 1.— 

Faraglia (>". F.), La disfida di Bar- 
letta. Racconto storico .... —.50 



Oallenga (A.), Vita inglese. Lettere 
agi' Italiani L. —.50 

Gelli (A.), Carlo VIII in Italia. -.50 

Gotti (A.), Santa Maria del Fiore e i 
suoi Architetti. Narrazione. Con 
illustrazioni —.50 

La Corona di Casa Savoia. Con 

illustrazioni —.50 

Lanzoni (P.), Stato indipendente del 
Congo. Con illustrazioni... —.50 

Lessona (M.), I Cani —.50 

Licata <G.B.), In Africa. Scritto po- 
stumo, con Prefazione di P. Man- 
tegazza e illustrazioni —.50 

Mantegazza (P.), La mia Mamma. Con 

un ritratto — . 50 

Marcotti (G.), Il Generale Enrico Cial- 
dini, Duca di Gaeta. Con un ri- 
tratto. ,. —.50 

Reynandi (C), La poesia dei Viag- 
gi - 50 

Rinando (C), Cronologia della Storia 
d' Italia dal 476 al 1870. . . . -. 50. 

Sardagna (S.), I Libri —.50 

Selvatico (P.), Impara l'arte e met- 
tila da parte. Proverbio in azio- 
ne —.50 

Somraier (S.l, Un viaggio d'inverno 
in Lapponia. Lettere ai miei Nipo- 
tini, con illustrazioni...... — 50 

Un Colonnello, Carabinieri e Briganti ' 
di Romagna Memorie —.50 

Valle (col." P.), Geografia dell' AbiB- 
sinia. Con illustrazioni e una carta 
geografica — . 50 



PQ Bàrbiera, Raffaello 

^120 Artigiani Doeti 

B37 



PLEASE DO NOT REMOVE 
CARDS OR SLIPS FROM THIS POCKET 

UNIVERSITY OF TORONTO LIBRARY